ZEROGLIFICO, IPOTESI PER UN “SUPREMATISMO” GRAFEMATICO, di Sandro Sproccati

“Mi sono trasmutato nello zero delle forme,
e mi sono sottratto al vortice di ciarpame
dell’arte accademica”.
(Malevič, 1915)

1.

In un intervento teorico del 1969, facendo riferimento alla cruciale Anthology of Concrete Poetry di Emmett Williams (pubblicata a New York due anni prima), Franz Mon tenta di disegnare una mappa della poesia concreta e, paradossalmente?, evita o dimentica di contemplare in essa la “discesa” oltre il limite del grafema verbale, vero sottosuolo minerario del continente, ossia non si pronuncia circa la possibilità di una scomposizione (o decostruzione o deroga all’identità globale) della singola lettera tipografica: quasi che con tale discesa venisse meno la pertinenza della categoria operativa di cui egli si occupa. In effetti, tutti i teorici della poesia concreta concordano nell’ammettere che i suoi testi si servono puntualmente di materiale tipografico; sicché Mon può prevedere tutt’al più “il cumulo di una quantità (eventualmente indeterminata) di segni linguistici su di un piano. La loro distribuzione può essere di densità variabile, cosicché appaiono sovrapposizioni e passaggi da una leggibilità a una illeggibilità” (1).
Ho detto, all’inizio, “paradossalmente”, ma avrei potuto dire “conseguentemente”, dato che, se a prima vista proprio i testi-collages di Mon sembrano presentare la dissoluzione del grafema in un materiale sub-letterale indefinito, di fatto l’operazione da essi indicata rientra nell’ipotesi-limite di cui sopra, e dunque risponde ad una idea di accumulo che viene data come la sola soluzione “concreta” che si rifiuti di garantire del tutto la (si direbbe sacra) leggibilità del significante verbale. E, del resto, a osservare con attenzione i testi, ci si può tranquillizzare circa l’assoluta riconoscibilità dei segni alfabetici, solo parzialmente negati dall’inflazione dei tagli d’intervento, dove l’omogeneità (tipografica) del materiale impiegato e la sua rigorosa disposizione seriale/ortogonale contribuiscono al mantenimento della lettura tradizionale. L’occhio non subisce alcuno choc, e il “passaggio da una leggibilità a una illeggibilità” compete, semmai, a livelli superiori a quello del grafema: riguarda le parole, i morfemi… (In tal senso, nell’ipotesi del “cumulo di una quantità di segni linguistici” potrebbero rientrare anche, per esempio, le opere di un Clemente Padin oppure di un Hans-jörg Mayer). Non meraviglia allora, sia detto per puntiglio, che le altre otto ipotesi di Mon prevedano tutte, sostanzialmente, l’integrità dell’unità minima di significato: la parola.
Tutto ciò, cavilli a parte, non è di secondario rilievo: la definizione di Mon permette di cogliere, ritagliandola in negativo (e dunque grazie alla propria insufficienza), la posizione davvero originale di Adriano Spatola, la cui scrittura visuale è stata spesso (e a torto, credo) avvicinata a quella dello stesso Mon. Ora, il problema posto in gioco dalla “barriera” del grafema, e perciò della minore o maggiore riconoscibilità del materiale di partenza, risulta centrale rispetto a una possibile critica radicale del concretismo, delle sue finalità e dei mezzi impiegati per conseguirle. La prima serie di Zeroglifico (2), resa nota da Spatola nel 1966, già evidenziava il superamento di quella barriera, già si basava su una rivoluzionaria scomposizione (metaforicamente: distruzione) del segno alfabetico, con pregiudizio disinvoltamente accettato e accertabile della sua stessa riconoscibilità: la quale, occorre aggiungere, poteva essere restaurata solo simbolicamente, per via intuitiva: talora grazie alla forza propria di un segno mantenuto al “limite” (i cui tratti, cioè, trattenevano qualcosa della forza del grafema), altrove per associazione di idee o per induzione critica (3). E tuttavia l’appartenenza di Spatola (più specificatamente degli zeroglifici) nell’ambito della poesia concreta è fuori discussione, dato che il materiale che egli impiega è sempre rigorosamente verbale, e ancor più è sempre rigorosamente tipografico. E tuttavia, non di meno, tale materiale (o meglio il segno testuale da esso ricavato) rinuncia non solo alle possibilità semantiche che deteneva, ma anche a quella “leggibilità” immediata (traducibilità sonora?) che è prerogativa della lettera alfabetica. Inevitabile corre (o soccorre) alla mente la distinzione di Hjelmslev tra “forma dell’espressione” e “materia dell’espressione”, laddove, accogliendo il suggerimento dei neo-rètori del Gruppo µ (4), sia possibile adattare tale articolazione implicata dal piano del significante fonico allo specifico campo della lingua scritta: le pre-forme di cui sono fatti i testi di Spatola (anche se il poeta vi giunge attraverso un processo a ritroso, a partire cioè dalle forme ritagliate, mutilate e quindi dissolte) stanno alle lettere conchiuse come tracce indeterminate del campo fonetico stanno ai segnali sonori strutturati in “fonemi”. Sempre che, appunto, istanze relative al piano orale siano trasponibili, in parallellismo, su quello grafico: ma è evidente che solo una simile trasposizione può asseverare lo statuto linguistico-verbale degli zeroglifici, i quali, in tal modo, si fanno portatori di una metaforicità non solo (genericamente) scritturale, ma più precisamente fonetica. In essi il suono (la vocalizzazione) è negato dall’assenza di unità minime riconoscibili, e ciò non di meno è riaffermato dall’appartenenza dei tratti grafici alla “materia dell’espressione”, un campo esemplificabile come totalità di segni (rette e curve di diverso spessore, sempre rapportabili a un “disegno” tipografico plausibile, spaziature di nero su bianco) con i quali si possono costruire grafemi, e quindi, per definizione, fonemi. In altre parole, nella misura in cui il protosegno, il “segnale” zeroglifico, ammette la propria origine grafematica (scritturale, tipografica) determina anche, metaforicamente, la presenza di una scrittura negata, solo allusa, balbettata. Non a caso Spatola ha potuto parlare di “mosaico di frammenti decontestualizzati (che) si costruisce nello spazio bidimensionale come fraseggio, nel senso che si dà in musica a questo termine” (5), e Arrigo Lora Totino ha aggiunto che esso “potrebbe essere ‘letto’ foneticamente, come traccia ovvero ombra di lettere alfabetiche o di spezzoni di frase” (6).

2.

Condivido l’idea che il termine “poesia concreta” possa legittimamente applicarsi quando elementi di origine verbo-scritturale vengono utilizzati per creare partiture visuali, con rifiuto delle loro tradizionali prerogative semantiche ed evidenziamento dei loro valori percettivi: in modo tale che essi acquisiscano una “grafematica o vettoriale o pittografica autosufficienza”. Luigi Ballerini, che fa risalire una simile posizione a Carlo Belloli, ritiene che essa presupponga una precisa nozione di “lingua in sé”, alla quale si contrapporrebbero “poeti come Adriano Spatola”, nei quali “la fiducia in una ‘lingua in sé’ (…) è invece sottoposta (…) a una cospicua opera di erosione (…) che tende a smembrare elementi grammaticali e sintattici per poi ricomporli in stupìti equilibri” (7). Non so se tutto ciò abbia senso; ma credo che si tratti di una contrapposizione più apparente che reale, giacché, a parte ogni altra considerazione, mi pare che la necessità di raggiungere una “grafematica o vettoriale o pittografica autosufficienza” sia proprio ciò che sostiene gli zeroglifici di Spatola: nella loro prima e semplificata veste degli anni sessanta, e ancor più negli sviluppi successivi. La seconda serie, ovvero le sei tavole inedite del volumetto Red Hill Press (1977), allude già (particolarmente nell’ultimo testo) alla rottura di ulteriori parametri residuali (per esempio la disposizione ortogonale dei ritagli) e prelude a quell’ingresso del colore, impiegato dal poeta negli zeroglifici più recenti, che segna il definitivo raggiungimento dell’autonomia visuale del “tratto”, dove la “scrittura” (il suo materiale disgregato ed eversivamente ricomposto) è ormai solo immagine assoluta, autoreferenziale, non strumentale. Nell’ipostasi del segno svincolato e redento, nell’esibizione di un corpo greve della scrittura, si ha così il compimento delle presumibili finalità estreme del concretismo, se è vero che esse riprendono (assolutizzandola) la metastorica tendenza della poesia a stabilire una preponderanza del significante a tutto discapito (e con prevaricazione) dei significati. L’ipotesi è che Spatola abbia intuito a cosa può condurre una coerente e disinibita analisi dei princìpi della poesia concreta: “Fare in modo che il significato della parola si annulli nell’immagine”, con “una paradossale operazione di realizzazione della scrittura”, che determina “il passaggio dalla labilità della parola alla oggettività dell’immagine” (8). Il suo gesto risulta assimilabile (sia pure tenendo conto del notevole scarto cronologico) alle ineffabili liturgie celebrate da Malevic nel campo della pittura. E se lo scarto è ovvia conseguenza delle diversità strutturali tra codici linguistici disparati, ciò nonostante appare opportuno applicare agli ultimi zeroglifici nozioni e teorie di indubbia derivazione pittorica, e ancor più storicamente correlate alla rivoluzione suprematista del 1915: tra tutte propendo per quella di faktura, che designa “il carattere concreto della supericie, al di là delle linee di congiunzione dell’opera con la realtà” (Burljuk), e anche “l’elaborazione del materiale che consente di attuarne le forme intrinseche” (Markov Matvëjs), e infine “l’organizzazione degli elementi dell’opera, provvista di una logica interna espressa dal legame logico delle parti” (Tarabukin). Com’è noto, un simile concetto rovescia il vetusto retaggio della nozione di realismo nell’opera, dichiarando che esso sprigiona dalla “realizzazione” delle potenzialità del materiale, ritenuto autoespressivo, e dunque dal conseguimento di una res artistica autonoma, separata (per definizione) da ogni altro polo di realtà. Pertanto la realizzazione della scrittura si attua attraverso l’annullamento del livello semantico, e nell’ipostasi (o metaforica epifania) della sua “immagine” oggettiva, racchiusa e già tutta implicata nel materiale di cui la scrittura si serve. La dissoluzione globale del senso, la sua riduzione al grado “zero”, è condizione imprescindibile all’autonomia del segno: il che dimostra la parziale efficacia di tanta parte della tradizione poetico-visuale, e riduce a preistoria del concretismo le operazioni dei pionieri (Gomringer, i De Campos, lo stesso Belloli), senza per altro che nulla sia tolto all’insostituibilità del loro ruolo. Se, infatti, si accondiscende all’idea che la “normale” predominanza del significante in poesia (penso, tanto per dire, al Mallarmé dei tardi sonetti) non sia bastante a determinare l’autonomia della scrittura, e dunque se si accetta il presupposto di fondo da cui nasce la poesia concreta, allora, si dovrà per forza riconoscere che la funzione semantica, pressocché inestirpabile, ancora si annida nei singoli nuclei letterali non disgregati: come elemento residuale, certo, e non di meno capace di sgradevoli interferenze. E, a maggior ragione, che essa imbriglia le unità lessematiche, le parole non destrutturate, anche prive di legami logico-sintattici, anche avulse da abitudini impaginative e gabbie discorsive: così come appaiono, insomma, negli storici (e ormai archeologici) esperimenti “noigandres & co.“.

3.

Negli ultimi zeroglifici il materiale ritagliato si organizza in tavole monocrome, con privilegio del carminio, e talora del verde o del violetto, oppure – caso raro – in tentate policromie dal difficile equilibrio, sempre in calibratissime fatture: secondo leggi che si direbbero gravitazionali, per cui i frammenti si attirano tra loro o si disperdono in geometrici cerimoniali, e spesso (nei testi di piccolo formato, ad esempio) come eterogenea limatura di ferro sotto l’azione di un occulto e policentrico magnete. Spatola manovra le forbici con inconsueta competenza, con occhio distaccato e fraudolenta ingenuità, con indiscutibile magistero: e pesca il “verbo” giusto per dimensioni, forma, figura, spessore, tonalità, in un ricco vivaio di elementi tipografici, la riserva personale dei rotocalchi rutilanti di parole in caratteri di ogni formato e specie. Il testo alligna per aggiunta assidua di frammenti, per occultamento progressivo, per obnubilazione delle tracce di percorso, e cerca i propri punti di sostegno nelle straordinarie situazioni di statico o dinamico assestamento a cui, quasi per incanto, perviene: pittografiche e ieratiche e iconiche manifestazioni di una parola esplosa e stabilitasi in immagine, campi vettoriali dalla tensione mai sopita, fiammate di linguaggio che una mano artigianale ed espertissima ha acceso sulla carta…
Difficile, eppure necessario, è cogliere la coincidenza profonda (che sola dà ragione ad impressioni altrimenti inesplicabili) sussistente tra questa caparbia polverizzazione della scrittura e la ricerca di “aree di senso” più diffuso, indeterminato e ricco, sulle quali pare aprirsi il segno poetico deflagrato. Il che, tra l’altro, permetterebbe di risolvere la spendida aporia rappresentata dalla duplice attività dello scrittore: da un lato la distruzione della parola e fin anche degli elementi che la costituiscono, dall’altro una poesia (per la quale Spatola non è meno noto) in versi e apparato metrico-sonoro. Occorre dire, allora, che entrambe le esperienze si muovono nella prospettiva di un’incalzante demolizione dell’univoco linguistico, e perciò più sulle tracce di Mallarmé e di Joyce che non su quelle, preziose al concretismo delle origini, di Ezra Pound. In altre parole, si ha qui la dimostrazione implicita di una possibile continuità tra assoluto trionfo della polisemia poetica e opzione inderogata per l’autonomia del segno. L’azzeramento dei processi significanti abituali (zero-glifico) diviene conseguente e parallelo all’infinita apertura delle reti multidirezionali di accensione, dissipazione e dirottamento del significato. Si tratterà di giungere, per ambedue le strade, al gesto graffiante di una poesia eversiva, che si pone in collutazione con il senso predeterminato, e quindi di applicare in ogni caso(rinnovando un modello ideologico che procede dalle intenzioni del surrealismo) diversi accorgimenti per l’abolizione della realtà.
Nel suprematismo grafematico la scrittura s’addensa in un opaco schermo visivo, e quest’ultimo stabilisce con l’unità grafemica un rapporto non dissimile a quello che il suprematismo pittorico intratteneva con l’icona (ossia con l’unità minima di figurazione), facendosi forte di una condizione trans-liminale: lo zeroglifico è pratica del limite incessantemente trasgredito, è movimento di immersione ed emersione (9) grazie al quale l’immagine rimane scritturale e la scrittura trascolora in immagine: il materiale attua così le proprie “forme Intrinseche”, e il linguaggio diviene, in certo senso, per la prima volta assolutamente tale – pur senza rinunciare (ma anzi proprio iniziando) a essere corpo, materia, segno denso, compatto, omogeneo.
1986

Note:

(1) F. Mon, Sulla poesia concreta, in Cat. Mostra di poesia concreta, La Biennale di Venezia, Ca’ Giustinian, Venezia 1969. Cfr. anche E.Williams, Anthology of Concrete Poetry, Something Else Press, New York 1967.
(2) A.Spatola, Zeroglifico, Sampietro, Bologna 1966. Ristampato senza variazioni per le edizioni Geiger nel 1975 (Torino) e, con l’aggiunta di sei testi inediti, per The Red Hill Press, Los Angeles & Fairfax 1977.
(3) Si vedano a tal proposito le utilissime distinzioni interpretative proposte da Giulia Niccolai nella sua introduzione alla seconda edizione (Torino 1975). Qui osserverò, di sfuggita, che i testi 5, 6, e forse anche 3 (tranne che per i frammenti di cifre arabe, segni per altro solo “pseudografematici”) non presentano alcun indizio per il riconoscimento dell’origine scritturale delle forme.
(4) Cfr. Gruppo µ , Retorica generale. Le figure della comunicazione, Bompiani, Milano 1976, p.74; L.Hjelmslev, I fondamenti della teoria del linguaggio, Einaudi, Torino 1968, pp.52-65.
(5) Citato da G.Niccolai, introduzione a Zeroglifico, 1975.
(6) A.Lora-Totino, Cat. mostra Worksandwordsandworlds, Galleria L.V.. Verona 1967.
(7) L.Ballerini, Poesia concreta in Italia, in La piramide capovolta, Marsilio, Venezia 1975, pp.77-82.
(8) A.Spatola, Nota in Cat. mostra Testuale. Le parole e le immagini, a cura di Flavio Caroli e Luciano Caramel, Rotonda di Via Besana, Milano 1979.
(9) Utilizzo una metafora di R.Barilli, A proposito di “Zeroglifico”, in “Il Verri”, n.2, 1976.

Il saggio di Sandro Sproccati è stato pubblicato all’interno del volume A. Spatola, “Finito di stampare presso le Grafiche Piratello nel mese di Maggio 1986 in Pasian di Prato (Udine) Italia per conto di Campanotto Editore“.

La metafora musicale nell’analisi baudelairiana del linguaggio pittorico, di Sandro Sproccati

Propongo di condurre l’attenzione su due dati che ritengo oggettivi. Primo. La relazione pittura/musica (collaborazione, rapporto profondo e fecondo – ma, sopra tutto, mito della musica quale luogo ideale e polo d’attrazione per altre esperienze artistiche) si rafforza nell’epoca della prima avanguardia fino alla creazione di un vero e proprio modello musicale – paradigma e struttura di riferimento sempre attivi nel background della ricerca artistica novecentesca. Tale ‘modello’ – benché da ridefinirsi di volta in volta intorno a singole proposte o approcci concreti – rappresenta uno dei principali mezzi teorici che la pittura ha impiegato per trasformarsi in ciò che essa è, in fondo, ancóra oggi: qualcosa di invincibilmente estraneo a quella pratica della raffigurazione mimetica che per secoli ha dominato il concetto di rappresentazione. Secondo. Alle origini del pensiero artistico del ventesimo secolo (cioè, in sostanza, alle origini dell’avanguardia) può senza dubbio essere collocata, per diversi motivi, la figura di Baudelaire, iniziatore della tradizione del nuovo e quindi anticipatore della sensibilità estetica contemporanea. Con il suo lavoro di poeta, ma ancor piú con la sua opera saggistica, egli prefigura, descrive – e coglie in tutta la complessità che le compete – la nuova posizione dell’artista nella società industriale avanzata. Continua a leggere

La metafora musicale nell’analisi baudelairiana del linguaggio pittorico, di Sandro Sproccati, già pubblicato su “Hortus Musicus”, n.21, Bologna, 2005. Si ringrazia l’autore per la gentile concessione.

la storia della gomma, di Silvia Salvagnini

siamo famigliapetalo scoppiato
un laccio slacciato
queste solitudiniappartamenti
siamo ci di noi dimenticati
siamo qualcosa che non piange
ma piange in di tutti i giorni/ tutti/ i fiati.

*

lucciole nella notte per strada nel bosco nelle tue spinte goffe
e botte mani alzate televisioni volate botteribottetuttauntrattobotte:

uno strazio
una costola rotta
un braccio.

mi hai tolto la voce.

*


siamo astromicronavi
dopo le semisillabe
di noi orizzontali:
siamo ci svincolo/termico/lasciati.

*

e allora dopo la trama
la maglia l’unicinetto
il tradimento il difetto
la merda il cazzo
i surgelati i gesti sincopati
i traumi infantili i morsi:
io mi sbuccio a cipolla.
divento:
preghiera universo bene:
senza miele, senza camice da stirare
senza stare; persi in qualsiasi
via, siamo umana energia
siamo nell’amore
senza ambizioni
siamo felici strafelici
porta aperta, aperta fica
aperta testa, aperta porta del treno
aereo, bicicletta, luna, nuvola lampione
aperto tutto, niente blocco
niente imperativi, niente maglione
camicia di forza, costrizione.
stiamo nella realtà così
capiti, penetrati,
veri volanti aquiloni svincolati.

*

e poi mollare
l’inseguirti degli occhi
del micropulsareoculare
l’accelerato ritmo cardiovascolare
mollare mollarsi riaccendersi
catapultarsi nel niente
nel ricominciare della vita/
rigenera/cellula/infinita.

*

tra di noi un cardiomeccanicomotore
uno in due noi ce lo abbiamo condiviso
cardioincastrato nientereciso.

e poi la vita sta in piedi da sola.

arriva arriva la rivoluzione.

*

il progetto dell’amore
è costruire una cellula
cosmoenergicospaziale
unirsi a fare il rovescio della guerra
la lotta politica la bomba energica
l’opposizione, l’utopia, il contromalemondo
una nuova discoterra/musico/bombarderìa.

il resto sono giramenti di testa
pompini sole puttanai
o baci di luce nelle aiuole
confortamimani
abbracciarsi
e poi abbandonarsi
come d’estate

*

tu sei il in terra
dopo la morte dopo la guerra
il mio vita di prima ritrovato
tu sei così il dal passato ritrovato
il che si prega di ritrovare
dopo la fine dell’ in terra individuale
dopo lo sgretolamento cellulare
sei il filo lanciato
il coriandolo
che ha attraversato
la velocità della luce
la morte/ del fiato.

*

nell’universo partiamo dal corpo
verso tutto il resto.

il nero l’arancione

il verde il blu il rosa
l’occhio le ali la posizione
prima l’animale poi il pensiero.
l’elefante volante.

graficaquabianca.

*

Silvia Salvagnini è nata a Venezia il 13 dicembre 1982. Ha pubblicato due libri di poesie e disegni, Silenzio cileno e I baci ai muri (Auteditori). Altri testi, tratti da la storia della gomma, sono stati pubblicati nell’antologia Il volo del Calabrone (Battello Stampatore).

Poesia alla frutta, di Giovanni Tuzet

1.
Manca una poesia al futuro. Forse è sempre stata minoritaria. Oggi è ai minimi termini. Manca una poesia che immagini il mondo che verrà, un mondo futuro e possibile, diverso da quello attuale. Magari ci sono testi di denuncia, invettive contro il presente stato di cose, anatemi. Ma è difficile trovare qualcuno che arrischi delle previsioni o immagini il futuro.
Dopo la morte delle ideologie la cosa è diventata ancor più evidente e in una certa misura imbarazzante. Ci si può lagnare del presente, indignare e protestare; ci si può cullare nel passato, cantando commossi l’età dell’oro (che non verrà più, se mai è venuta); ma nessuno o quasi ci proietta nel futuro. Non solo la morte delle ideologie e il disincanto hanno prodotto questo. Anche il vorticoso sviluppo delle scienze e delle tecniche, unito a un non meno rapido mutare dei costumi e delle società, ci mette all’angolo, in una situazione di disagio immaginativo, incapaci e timorosi di immaginare qualcosa di credibile. È come se il tumulto di ciò che accade rendesse superfluo o impossibile uno sforzo di pensiero. Eppure ce n’è bisogno.

2.
Ce n’è bisogno per allevare il nostro spirito critico e mantenere chiara l’idea che non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Ce n’è bisogno per migliorare le cose, appunto.
La poesia potrebbe aiutarci, in questo, se fossimo capaci di vigorosa immaginazione e di metterla efficacemente in versi. Cosa intendo per “vigorosa”? L’immaginazione sostenuta dal pensiero e sviluppata in un vasto disegno.
Anche un po’ di filosofia può venirci in aiuto, per capire meglio di cosa si tratta (1). A questo puntava già Aristotele infatti: “il compito del poeta non è dire ciò che è avvenuto ma ciò che potrebbe avvenire, vale a dire ciò che è possibile secondo verosimiglianza o necessità” (Poetica, 1451a, 36-38). Cioè? Facciamo qualche distinzione esplorativa.

3.
Posso immaginare il passato che non ho vissuto o di cui non posso ricordare. Posso immaginare la mia nascita. Poi gli sguardi dei miei genitori. E posso provarne un senso di dolcezza benché non pretenda che quanto immaginato corrisponda a quanto realmente accadde.
Posso immaginare il presente che non conosco. Posso immaginare cosa stia succedendo in questo preciso istante sotto la Torre Eiffel, benché mi trovi in tutt’altro posto in tutt’altro paese.
Posso immaginare un presente e un passato volutamente diversi da quello che sono. Il mondo in cui la Germania ha vinto la Seconda guerra mondiale, o il mondo in cui Silvio è un rappresentante di mentine anziché il Presidente del consiglio.
Posso infine immaginare il futuro, un bagno che farò la prossima estate, il mondo senza pena capitale, la vita ultraterrena (2).
Quest’ultimo e slanciato modo dell’immaginare è quello estremamente raro nella poesia dei nostri giorni. Immaginare in versi e strofe un mondo futuro e possibile dove le cose sono diverse da quelle che abbiamo sotto gli occhi.
In certo senso non è difficile. Basta un minimo di fantasia. Ogni poeta, se un po’ si mettesse d’impegno, potrebbe imbastire qualcosa. Ma in un altro senso è difficilissimo. Perché bisogna immaginare delle cose che siano comunque credibili e che soprattutto dicano qualcosa di significativo e importante per noi, qui ed ora. Che tocchino qualcosa di estremamente reale pur essendo immaginarie.

4.
Questo è il limite dell’utopia: dire delle cose talmente lontane da risultare di nessun interesse e nessuna presa.
C’è poi un’altra faccia della medaglia: l’utopia negativa, immaginare un mondo che non vorremmo si realizzasse e che magari si avvicina pericolosamente. 1984 di Orwell ne è un ottimo esempio in prosa. Anche qui, si deve immaginare qualcosa che faccia presa sulle nostre paure. Per metterci in guardia e vegliare.

5.
Non crediamo però, quand’anche ci vada dritta, di avere centrato il bersaglio. Abbiamo spesso la consapevolezza di ciò che piace o interessa ai nostri simili e compagni. Supponiamo allora di riuscirci: di forgiare e consegnare una portentosa immagine del mondo che verrà, o di un mondo possibile che vorremmo vedere. Abbiamo qualche garanzia che i nostri discendenti saranno dello stesso avviso?

6.
Qualche tempo fa, prima dell’abortito tentativo di una costituzione europea, si è svolto un curioso dibattito. Molti hanno parlato delle radici cristiane. Nessuno parla dei frutti cristiani. Quale politico potrebbe dire che il suo governo ha dato dei frutti cristiani?
Eppure il Vangelo di Matteo parla chiaro: l’albero buono e quello cattivo, li riconoscerete dai loro frutti (7, 15-20).
Pensiamo la stessa cosa in termini poetici. La buona e la cattiva poesia le riconosceremo dai loro frutti? Ma quali frutti? L’albero della poesia produce frutti molto sparsi, anche a notevoli distanze temporali. Quello che oggi nel pubblico produce freddezza, domani potrebbe generare entusiasmo. E quello che scatena entusiasmo potrebbe essere dimenticato. Solo alla fine dei tempi, allora, potremo calcolarne i frutti? Ma che ce ne faremo allora? Non sarà troppo tardi?

7.
La poesia dei nostri giorni è alla frutta. Si vede, non sa che pesci pigliare e in che direzione muoversi. Probabilmente è un riflesso di tempi confusi, un periodo di transizione. Dove tutte le strade sono aperte e tutte le carte si possono giocare, tutti gli stili, tutte le poetiche, tutte le scelte sono ugualmente legittime. Non ci sono capricci né errori, ma preferenze da rispettare.
In questa macedonia da ipermercato, spesso ipocrita, manca non a caso un prodotto fondamentale: la poesia al futuro. La domanda ci sarebbe, credo, ma non c’è l’offerta. E non credo che sia colpa delle case editrici o di qualche complotto od occulta regia. Credo che proprio i poeti abbiano smesso di pensare in questa chiave. Ed è un male.

8.
In verità, ogni poeta esercita sempre uno sforzo immaginativo. Che tecnicamente si traduce nella ricerca della giusta analogia, della giusta metafora, della giusta immagine.
Quando Folgore, per fare un esempio, ci dice che il bosco è una “città d’alberi” (3), utilizza un’immagine artificiale (la città) per rappresentare qualcosa di tipicamente, indiscutibilmente naturale (il bosco). La rappresentazione è innovativa perché implica e richiede uno sforzo di immaginazione: non ci descrive il suo oggetto ricorrendo ai termini naturali che gli sono propri, o a qualche usata similitudine. Per visualizzare quanto ci dice, dobbiamo compiere in certo senso una deviazione, passare dagli alberi alla città – immaginare le case alte e strette, il premere degli edifici sulle strade, il crescere dei grattacieli – per tornare al bosco e al suo fitto.
Efficaci o meno che siano, queste rappresentazioni sono sforzi d’immaginazione su piccola scala. Riguardano cioè un dettaglio, una parte, un elemento di una composizione che per il resto può essere completamente descrittiva di un reale stato di cose. L’immaginazione su larga scala, invece, è quella che si esercita in un lavoro di sistematica invenzione, creando dalle fondamenta un mondo futuro e possibile, dispiegandone caratteristiche e vicende, spingendolo alle estreme conseguenze (4).

9.
Anni fa immaginavo il vocativo come ponte per il possibile (5). Ero suggestionato dalla mistica e da Zanzotto (dall’omonima raccolta del 1957, più dal suo titolo che dai contenuti).
Ora mi sembra di poter dire che il vocativo non basta: è una chiave della poesia al futuro ma non la completa. Non bastano le invocazioni, occorre uno sforzo più severo e sistematico, qualcosa che dovremmo reimparare dalla prosa e tradurre in versi. Se ne avessi le forze, ad esempio, proverei a immaginare cosa diverranno le nostre società multietniche e inaridite, forse il focolaio di nuovi e terribili combattimenti, fra il buio e la luce che ognuno rivendica.

10.
I voli pindarici dovrebbero essere il comune alimento ed esercizio del poeta. Oggi sono una pietanza particolarmente rara, per le ragioni dette prima o altre ancora. Qui ho cercato di indicare la necessità e la difficoltà di una poesia al futuro. Ci serve ma è un cammino irto di buche, di rovi, d’incognite e predatori. Chi vuole tentare? Prima ancora di incamminarci dobbiamo chiedere una cosa fondamentale a noi stessi: chi ha veramente fame e sete di giustizia?

Note:
(1). Quella di mondi possibili è una nozione tecnica nella filosofia degli ultimi decenni, ma risalente almeno a Leibniz. Si può vedere, ma non lo consiglio a chi è digiuno di filosofia, S. Kripke, Nome e necessità, Boringhieri, Torino 1982. Per una presentazione, cfr. P. Casalegno, Filosofia del linguaggio, Carocci, Roma 1998, cap. 5.
(2). Chi è filosoficamente acuto noterà che l’immagine di un certo futuro e quella di un certo presente diverso da quello attuale possono avere lo stesso contenuto.
(3). Su questo e altri esempi, mi si lasci rinviare al breve Intrecci, che ho pubblicato in “Argo”, n. 13, 2007. Sul ruolo dell’immaginazione nella scienza, ho scritto invece in Scienza e poesia, in “Atti dell’Accademia delle Scienze di Ferrara”, vol. 83-84, 2007.
(4). Chi non è sazio di filosofia può meditare sui grafi di Peirce, che esplorano dei mondi immaginari e le loro relazioni necessarie (cfr. la raccolta Pragmatismo e grafi esistenziali, a cura di S. Marietti, Jaca Book, Milano 2003).
(5). “Penso al vocativo come la forma segreta del coniare”. Così scrivevo nelle note al mio 365-primo (Liberty House, Ferrara 1999).

Chartula circumpictula, di Tommaso Lisa

Chartula circumpictula (florsenversa). Calligramma.
Chartula circumpictula (florsenversa). Testo ed enchiridion.
I file sono tratti dall’opera “Sotto Silicea Scorza”, già editi in BAU, contenitore di arte contemporanea (Viareggio, 2007), canzoniere dedicato a Marco Corbelli, alias Atrax Morgue, e Francesco Pirella.
Di seguito la riflessione poetica di Tommaso Lisa.

Enchiridion

Frugando tra i simulacri dell’era digitale, emerge la fisicità del corpo. Il verso individua una superficie tensiva, catalogo di strutture incistate tra i tessuti, oggetti che si attivano nelle reti neurali. Arcadia di nanotecnologici artefatti, giardino di automi ottenuti per sintesi di disparati impulsi, i testi sono organismi sintropici moltiplicanti le forme dell’universo tramite l’artificio della metrica (astronomicamente, misura delle relazioni tra le disposizioni di eventi nello spazio-tempo). La materia verbale mima le strutture dell’universo, che è rete d’informazione, chip di computer. Così la macchina poetica mette in atto campionature e lacerti di lessico informatico, producendo suoni mutati per svincolarsi dalla staticità unilineare del supporto cartaceo. Sistema emulativo, ogni artefatto è manifattura araldica costruita per accrescere le percezioni del soggettoinorganico della parola, origine della biopoiesi, sviluppo di materia vivente a partire da molecole inerti, capaci di replicarsi per aggregazione e disgregazione di architetture alfabetiche, come l’RNA messaggero, informazione allo stato grezzo. Protesi organica mutante, il conglomerato dei testi implementa stimoli sensori immaginativi, sistema esperto di virtualizzazione dell’esperienza, delinea un’architettura vivente alternativa alla chimica del carbonio, collocata su un hardware replicato viralmente nei rientri della sintassi, dei lobi frontali, echeggiando una durata sospesa tra l’infinitamente piccolo, l’infinitamente grande, le linee di luci allineate nel non-spazio della mente, gli ammassi e le costellazioni di dati, come luci di una città, che si allontanano. Macchina fatta di altre macchine, gioco di echi e riflessi che connette le singole parti, originando un replicante attivato dallo snodo di relazioni che è il teatro anatomico del corpo. Le parole sono atomi, le sillabe cellule, le strofe organi, i testi apparati, i macrotesti esseri in mutazione: nel corpo sintetico e sinestetico che aumenta entropicamente il tasso di virtualizzazione, si animano figure fantasmatiche, voci simulacrali: Narciso, Eco, Proteo, Endimione, alter-ego presi nell’alternanza tra onda e fotone, materia e energia, spazio e tempo. Nel tessuto reversibile delle sillabe, nelle fibre pastose e variabili, deperibili e aggrovigliate, si legano componenti iconiche e sonore, lorganico e inorganico, mentre dalle fessurazioni della scorza di silicio si schiude una visione pluridimensionale degli elementi della natura. Ne risulta un artefatto brillante e oscuro, pingue e opaco, percorribile in ogni direzione, che scandaglia l’oggettività onirica del reale. La sua energia sonora muove un congegno celibe, amplifica le emozioni percettive dei fatti cosmici, siderei, inframolecolari, subatomici, neurali e informatici, virali, il fulcro del presente, tra radiazioni, neuroni specchio e mappe mentali, orbite concentriche, piedinature scart e finestre di trasmissione.

Immaginazione e poesia, di Gregorio Scalise

L’immaginazione in poesia naturalmente è un tema molto vasto e quindi sarà opportuno limitarlo e limitare anche le epoche. Dall’immaginazione antica a quella della modernità non c’è soluzione di continuità, le differenze sono notevoli e sensibili,forse solo con l’apparizione del moderno le differenze fra decennio e decennio sono minime, nel senso che c’è bisogno di una critica attenta e dotata di microscopio per cogliere passaggi e discontinuità.
Diciamo che da un certo periodo del novecento in qua l’immaginazione si trasferisce dal mondo alla lingua. E’ come se il poeta di fronte ad un argomento, prima di studiarlo e scorgerlo sino in fondo, fosse preoccupato quasi principalmente per il modo con cui lo esprimerà. La differenza di una poesia di oggi con una poesia dell’800 è sostanziale, moltissime espressioni che un poeta di quel periodo metteva impunemente in campo oggi appaiono non solo usurate ma anche vietate. Bisogna anche aggiungere che non tutti i poeti o almeno quelli che scrivono poesie sono al corrente di questi passaggi e di queste regole, così continuano in una tradizione dove non c’è taglio fra parola e cosa, e qualcuno di questi compilatori raggiunge anche il successo.
Se l’immaginazione in poesia in epoca moderna è legata al linguaggio,occorrerà anche ammettere che la sua leggenda è diventata sicuramente elegante e preziosa ma anche terribilmente limitata. Già Rimbaud aveva tentato la rivolta, dire il non detto, sfidare l’inaudito, mentre Baudelaire aveva giocato tutto contro se stesso (cosa che Sartre davvero non capì) pur di uscire dalla sua classe e andare contro l’opinione corrente, sperando di trovarvi le terre della poesia. Per i poeti del ventesimo secolo la questione è almeno delicata e forse irrisolvibile. Il linguaggio delimita gli argomenti, i cosiddetti voli pindarici, impedisce, almeno in molti casi, un dettato di insopportabile retorica o di un sentimentalismo melenso; limita le zone non solo della rappresentazione ma anche, in ultima analisi, quelle del pensiero.
Come la mentalità dell’uomo moderno si differenzia sostanzialmente da quella dell’uomo antico proprio per una concezione antimitica, così molte cose non vengono neppure pensate dal poeta contemporaneo. Centauri, Diane, selve e boschi, pastori e zampognari, cavalli alati e capre selvatiche, ninfe e animali misteriosi, filtri e passeggiate solitarie, donne col cuore di pietra o bambine meravigliose e magiche. In sostanza sembra che porsi oggi la questione dell’immaginazione in poesia sembra più che altro una gran perdita di tempo.
Ci avevano provato Eliott e Pound: gli uomini del dolce stil novo avevano davvero visioni, le cose che dicevano di aver visto le avevano visto davvero ci dice Pound con tono deciso. Le immagini de La vita nova erano dunque visioni reali di Dante, il corpo di Laura è mistico e assente, ma sull’Ariosto i due grandi americani non si espressero.
L’immaginazione e la fantasia sembra dunque nel moderno trasferita nella lingua, e tutte le tecniche della retorica e soprattutto dell’antiretorica sono dislocate per provocare quella meraviglia – “è del poeta al fin la meraviglia” – che l’assenza dei grandi recit ovvero dei grandi racconti ha lasciato come vuoto non facilmente colmabile. Pause, spazi bianchi, a capo improvvisi, alternanza di versi brevi e lunghi, “aggettivazione sbagliata”, denegazionismo, nominare le cose con nomi diversi e, nei casi meno fortunati, improbabili finali a sorpresa, scarto notevole fra il verso iniziale e quello finale, sono tutte tecniche che in genere sono impiegate o almeno dovrebbero esserlo.
La celebrazione del moderno e il suo essere nelle nostre esistenze, naturalmente, non è stato compreso da tutti.
(Sembrerebbe anzi che solo un piccolo nucleo ne abbia percezione a fronte di molti decisamente fuori tempo e posto).

Non è possibile qui ripercorrere la storia dell’immaginazione artistica poetica e culturale che ci ha condotto sin qui, basterà ricordare uno degli ultimi tentativi di incendiare l’immaginazione, cioè il surrealismo.
Si sa delle difficoltà di Breton soprattutto in politica. A un predicatore di rivolta non giova che la rivoluzione accada davvero e Breton si trovò superato dalla storia. Eppure i suoi manifesti e la sfida al mondo onirico costituirono un importante arricchimento di una lingua, quella francese, votata ad una sorta di accademismo lirico e a volte prevedibile. Forse, a ben pensarci, anche il surrealismo di Breton fu un gesto, più che una riflessione, sul linguaggio. Comprendere e rappresentare, cioè, il linguaggio notturno, quello dei sogni e restituirlo nella sua affascinante incongruenza. Ma come in certi detti antichi una contraddizione di fondo minava il surrealismo: linguaggio dei sogni, d’accordo, ma il trascrittore di questo linguaggio, sia che scriva, sia che dipinga usufruirà dei vantaggi della veglia e della razionalizzazione dei segni. Aggiungere stravaganza a stravaganza non risolveva certo la questione, al massimo la limitava.
Per concludere è probabile che nei prossimi decenni i poeti saranno impegnati proprio su questo fronte, arricchire l’immaginazione, forse come si cerca di dire in questi versi, se è concessa una autocitazione da Opera-Opera. Poesie scelte 1968-2007 (Luca Sossella, pagine 200, ISBN: 8889829338):

“ E vennero l’aria e l’anima//a trascinare correnti// e comete…”

Una jam sessione su immaginazione e metafisica (con Andrea Borsari, Rino Genovese, Paola Cantù, Paolo Costa, Andrea Peri, Italo Testa)

Arte e intensificazione dell’immagine

COSTA: Prima di passare al tema dell’arte vorrei tornare ancora un momento sul problema dello schematismo. La capacità di produrre uno schema è difficile da capire, ma in qualche modo riusciamo a figurarcela: un’operazione per cui si riesce a cogliere, da un’esperienza concreta, una sorta di regola che definisce la formazione di un prototipo dell’esperienza concreta che hai avuto. È una capacità che spicca nelle potenzialità conoscitive umane, e che comporta una forma di astrazione rispetto al particolare che non renderà mai giustizia al particolare. Lo schema di un tavolo o di una sedia è la capacità d’immaginarsi quel tavolo a prescindere dall’esperienza percettiva del tavolo singolo – e questo è un esercizio cognitivo molto denso; curiosamente è denso, ma giunge quasi ai limiti del lavoro di astrazione rispetto alla densità possibile della nostra esperienza. Quindi è una forma di esercizio di libertà, anche se il problema dello schematismo in generale è davvero complicato…

CANTÙ: Credo che a questo proposito sarebbe interessante analizzare – anche se non sono un’esperta in materia – le teorie dei concetti come schema sviluppate dai cognitivisti e dai teorici dell’intelligenza artificiale. In questa nozione di schema compaiono relazioni tra parti, funzioni, e compare anche il prototipo, perché anche se non è inserito nella teoria, serve almeno come idea guida. Riguardo all’idea dell’immagine concettuale, in fondo, uno schema di questo tipo non è né semplicemente lineare né astrattivo; comprende qualcosa che è legato proprio all’immagine, soprattutto nel senso di una costellazione, di una relazione tra parti. Del resto, anche nell’individuazione stessa delle parti entra in gioco l’immagine.

GENOVESE: Credo infatti che la teoria dell’immagine concettuale dovrebbe chiarire il suo rapporto con Kant: perché quando si sente parlare d’immagini concettuali uno dice: è lo schema! Quindi la terminologia di Italo resta un po’ imprecisata, e può essere addirittura sospettata d’idealismo. Ma adesso parliamo dell’arte.

TESTA: Innanzitutto una precisazione. Io non intendevo proporre una poetica normativa, uno dei rischi che intravede Rino. Tra l’altro, c’è quello che chiamerei il “declino delle poetiche”, che è un fenomeno da leggersi anche in rapporto alla questione del declino delle metafisiche regali. La poetica, dopo la superfetazione avanguardista, dovrebbe avere, e di fatto ha, una posizione diversa: viene a essere più una ricostruzione a posteriori, il contenuto messo in opera dell’espressione artistica, piuttosto che un programma a priori. E non è neanche – ma ciò forse sfiora l’ovvietà – qualcosa in base a cui si debba giudicare la congruenza di un’opera per valutarne la validità; anzi, forse uno degli aspetti di riuscita di un’opera sta nel fatto di produrre effetti non intenzionali, cioè non intenzionati neanche da quelli che erano gli assunti poetici di base. Questo sia detto come premessa.

BORSARI: Hai detto “assunti poetici”. Sarebbe meglio precisare anche l’ambito dell’affermazione. Stiamo quindi parlando della poesia?

TESTA: Ho parlato in generale dell’arte ma mi riferivo alla poesia…

BORSARI: Nelle arti visive non c’è né l’uno né l’altro, ma c’è il critico che fa la poetica, secondo me è una terza cosa…

GENOVESE: Non capisco perché se diciamo che non c’è un declino della metafisica, dovremmo poi dire che c’è un declino della poetica.

TESTA: No, un declino della poetica come manifesto programmatico, come poetica a priori…

GENOVESE: Ma quella è una poetica: nelle avanguardie era così, era più importante il testo programmatico delle opere.

TESTA: La questione è piuttosto quella delle possibilità metafisiche dell’arte: come in certe esperienze a cui ho fatto riferimento, per esempio nella poesia, ci sia una dimensione d’immaginazione metafisica delle cose. L’intuizione, che ho cercato di articolare, è quella di una possibile doppia ontologia, in un certo senso l’idea di un perfezionamento ontologico. Nell’espressione artistica (qui parlerei un po’ in generale) viene intenzionata la singolarità. È un’intenzione rivolta, più che all’universalità, sempre a eventi, alle cose in quanto singolari. E questa singolarità viene come inquadrata – pensavo a Rilke, alla poetica dell’oggetto nelle Nuove Poesie –, reinquadrata o isolata. C’è qui una potenza di sopravvivenza dell’immagine artistica: la potenza di sopravvivenza dell’immagine nell’arte si rivolge alla singolarità di una cosa per salvarla, nel senso di farla sopravvivere nel medio artistico, nella sua irriducibile contingenza o caducità – ecco qui la ripresa del tema della caducità benjaminiano –, non però nel senso dell’idea di una redenzione tramite l’arte, o tramite la dimensione metafisica dell’arte. No, non nel senso di una essenzializzazione della cosa, o di una sua riduzione essenziale, che poi vorrebbe dire far di nuovo della cosa il fantasma dell’idea: piuttosto come ricerca della massima individualità. Questa, se vogliamo, è un’ontologia implicita, per lo meno in certe forme di espressione poetica. L’aura con tutto questo ha a che fare o non ha a che fare? Questa immagine del fulgore che riprendevo da Yves Bonnefoy ci parla di una tacita ripresa della teoria dell’aura o no? Soprattutto, l’aura nel contesto dell’estetizzazione è una sorta di cortina fumogena o no? In fondo la brillante battuta di Adorno è sviante … dopotutto l’aura non ritorna come cortina fumogena, ma era già dall’inizio la cortina fumogena del nembo in cui ascendono i santi cristiani al cielo. Ed era la cortina fumogena in cui Atena appariva nel mito: sempre circonfusa da una sorta di nebbia, nell’Odissea, quando si manifesta continuamente ad Odisseo. Quindi non è che l’immagine della cortina fumogena sia di per sé così risolutiva.

PERI: Sono questioni che mi coinvolgono profondamente, ma che non incontrano in me delle posizioni già chiaramente formulate. Un piccolo motivo di disagio: più che della neoauraticità di questa proposta, io parlerei di una concezione molto enfatica dell’arte. Nel caso di Bonnefoy è anche una questione di poetica personale, perché non mi sembra che nel panorama artistico dell’ultimo secolo questa sia stata la norma. Anzi, mi sembra piuttosto che un atteggiamento di assoluta sobrietà sia il tono fondamentale della produzione artistica del Novecento, se classificazioni tanto generiche hanno un senso. Ora, sono disposto molto volentieri a sviluppare questo tema del salvataggio, dell’unicità, della contingenza, perché trovo che sia opportuno evocarlo. Però, se solo pensiamo a un narratore come Carver, troviamo che anche lì gli oggetti singoli, una scatola di cereali o una corda di bucato, appaiono, si stagliano con una limpidezza e una pienezza peculiari, ma – se mi consentite – di fulgore non c’è la minima traccia: c’è questo lucore un po’ iperrealista, ma il fulgore non c’è. Carver è un artista totalmente antienfatico. Io trovo che questa presenza pregnante degli oggetti, questo salvataggio dell’unico e del trascurabile, non abbia bisogno di modi neoauratici o enfatici, di modi rutilanti.

TESTA: Ma devo dire che facevo riferimento a Hopper, che per certi versi è per me il corrispettivo figurativo di Carver. In entrambi, in modo non enfatico, immerso nella quotidianità, vi è un momento epifanico. Attraverso l’ordinarietà vengono posti in risalto l’oggetto e il dettaglio, un fenomeno di visibilità nella trasparenza, ottenuto con una fortissima illuminazione. In questo caso è centrale, infatti, l’uso della luce, la luce usata per illuminare. Anziché di fulgore, potremmo qui parlare di lucore… abbiamo diverse modalità…

BORSARI: “Lucore” non mi sembra attagliarsi a Hopper. Semmai a Carver.

COSTA: Mi sembra che stia emergendo qui di nuovo il tema, che aveva già fatto capolino nella nostra riflessione sull’immaginazione, di un possibile trascendimento interno della realtà attraverso un’intensificazione dell’esperienza. Nella nostra esperienza dell’arte, c’è qualcosa che Italo ha colto con precisione. Mi riferisco al tentativo di produrre quasi un distillato della nostra esperienza in cui venga valorizzata al massimo proprio la capacità, attraverso l’immaginazione, di proporre una sorta di ricorsività anaforica, di concentrazione dell’attenzione, che ci fa immergere nella pienezza ontologica delle cose, ritagliandole e perfezionandole nello stesso tempo, così che riusciamo a riconoscerne la densità a dei livelli che, nella nostra relazione normale con gli oggetti, in genere ci sfugge. Il fulgore, se uno non lo legge come una sorta di richiamo quasi dannunziano, è semplicemente la potenza dell’esperienza quando riesci a focalizzarla, con questa inusuale capacità di attenzione, per cui si finisce per produrre quasi un distillato di esperienza. Nella poesia sicuramente questo elemento c’è, e c’è anche nelle arti figurative. Si può leggere in esse questa capacità di ritagliare la singolarità – e, attraverso tale operazione, che in fondo è tutta interna alla nostra esperienza del reale, si opera una sorta di trascendimento, se vogliamo definirlo con questo termine. Naturalmente ne potremmo trovare uno migliore, che non richiami tutto quello che richiama l’idea del trascendimento dell’esperienza. Forse allora l’idea dell’intensificazione…

TESTA: Sì, per me è molto importante l’intensificazione. C’è un tentativo di leggere questa intensificazione anche in chiave ontologica, ma mi sembra che l’intensificazione rimandi proprio a qualcosa che ha a che fare con l’uso delle immagini. Mi viene da pensare all’uso che delle immagini può fare l’arte nel costruirle, o nel montarle e rimontarle. Mi viene da pensare a qualcosa che leggevo di recente in un lavoro di Georges Didi-Huberman. Sono riflessioni relative alla concezione del montaggio di Godard, dove Didi-Huberman cerca di sostenere che il montaggio è proprio ciò che intensifica l’immagine, è l’elemento centrale dell’immagine: questa, secondo lui, è l’arte del montaggio. Intensificare, prendendo delle immagini e mettendole in relazione ad altre immagini: e questo metterle in relazione non è un assimilarle, non è creare una sorta di conciliazione in cui tutto s’identifica; è piuttosto rendere più intense alcune proprietà interne, che risaltano proprio dall’essere poste in relazione in un contesto e sullo sfondo di altre immagini. Forse l’arte del montaggio come intensificazione dell’immagine è uno degli elementi a cui anch’io ho fatto riferimento, e quello che m’interessava è quanto tu sostieni: l’intensificazione come intensificazione del particolare, che intensifica nel senso di produrre un’illuminazione del particolare nella sua singolarità.

BORSARI: La metafora della luce, la luce come metafora della verità, è proprio il mezzo per eccellenza di espressione della metafisica in un’immagine…

CANTÙ: Però, se pensiamo a certi quadri di Hopper, in cui la luce in realtà dà una prospettiva, uno degli aspetti interessanti è che l’intensificazione dell’esperienza è un modo per portare in un particolare una serie di prospettive, condensandole in quel particolare – questo lo trovo un po’ anche in Carver, comunque. Non c’è soltanto l’elemento del realismo, c’è una produzione condensata…

TESTA: Nient’affatto realistico perché in Hopper c’è un’illuminazione da più punti di vista, spesso innaturale.

CANTÙ: Mi interessa quello che diceva Rino all’inizio: il movimento del punto di vista attraverso la temporalizzazione introdotta da uno spettatore che riflette su un’inquadratura. Mi viene in mente il libro di Mario Pezzella a proposito del cinema “critico-espressivo”: una bellissima definizione. Direi che una singola immagine, un singolo particolare, fanno un po’ da caleidoscopio sia per l’artista sia per i personaggi delle opere d’arte: in questo senso è vero che si perde l’idea di più cose che stanno semplicemente insieme. Questo aspetto mi piace ancora di più perché ricorda un certo modo di rappresentare le figure nello spazio proprio della geometria, in particolare proiettiva. Possiamo immaginare che da un singolo punto si generi per proiezione una figura, come da un cono di luce: questo gioco proiettivo che c’è nell’arte visiva, ma che si può avere anche nella letteratura, ha una potenzialità espressiva maggiore rispetto alla metafora della luce. I raggi di luce sono solo un modo per esprimere la variazione del punto di vista e la dipendenza dell’immagine da una particolare prospettiva: le proprietà proiettive possono essere rappresentate come le proprietà di una figura che restano invarianti quando un cono di luce proietta l’immagine su una parete. La luce è solo il modo per esprimere varietà e invarianza.

PERI: Nel caso di Carver, più che di luce parlerei di una presenza del sottaciuto: questa fisicità ingombrante degli oggetti che raccontano un sacco di storie silenziose, di cose implicite. Sia in Carver sia in DeLillo troviamo esempi di una capacità straordinaria di suggerire a mezza voce qualcosa che è sospeso nell’aria e che permette agli oggetti di trovare una loro via di comunicazione. In Carver c’è anche il modello dell’epifania alla maniera di Joyce – depotenziato, perché manca il momento dello scioglimento –, ma c’è soprattutto questo improvviso emergere di un sottaciuto: tutto si spiega così, senza che un arco narrativo sia giunto a compimento; è come se tutto un implicito fosse stato suggerito, anche in prospettiva, da un oggetto singolare.
Ma adesso, anche venendo incontro all’esigenza espressa da Andrea di precisare i termini, piuttosto che di arte in generale – un’impresa millenaria e sterminata rispetto alla quale nessun predicato è mai del tutto esatto – parlerei dell’arte di un secolo e di un continente, precisando magari anche il decennio, perché è chiaro che noi possiamo fantasticare sull’arte medievale ipermetafisica, se vogliamo, ma l’artista medievale è un artifex, è un artigiano. Quest’esigenza dell’artista di configurare il mondo, di suggerire un di più, è una cosa recentissima.

COSTA: Sottovaluti il fatto che per un medievale Dio era parte dell’esperienza…

PERI: Però l’artista non era visto come un agente della metafisica.

COSTA: Sì, questo sicuramente, ma non è da escludere che in quel tipo di lavoro, di cui uno può enfatizzare la dimensione pratica, svolgesse anche un ruolo questo elemento d’intensificazione delle esperienze.

PERI: Può darsi, però io ho questo handicap, questa idiosincrasia, dovuti a una formazione in parte specialistica nel campo della storia dell’arte… Se proprio vogliamo precisare, arte è anche una saliera, una brocca, un arazzo, un fodero di spada, un giardino, un apparato effimero. Intendo dire: noi filosofi abbiamo un concetto un po’ enfatico dell’arte dovuto non da ultimo a una certa estetica ottocentesca. Foucault ha fatto notare una volta, con una punta di malignità, che esistono una storia per filosofi, una matematica per filosofi, una biologia per filosofi… Qualcosa di simile, io temo, vale per le arti. Ribadisco allora che bisogna insistere sullo specifico, invece che parlare di arte en gros. Non so se sia il caso di sostituire un termine a un altro o soltanto di continuare via via ad aggiungere precisazioni per distinguere le cose. Però mi sembra pacifico che anche il peggior crocefisso in ferro di una sacrestia di collina senese è arte, allo stesso titolo dei quadri di Hopper. E lo stesso vale per l’industrial design. Forse sono in gioco due concetti diversi, ma allora dovremmo interrogarci al più presto sulla cosa. Mi sembra che quando in filosofia ci si appropria di oggetti artistici per condurre su di essi dei ragionamenti, o anche delle rêveries, nel senso creativo del termine, forse ci si muove in una specie di riserva naturale ad hoc. Come ripeteva Edmond de Goncourt, i letterati amano “prestare delle idee” alle opere d’arte, fino a rischiare di non vederle neanche più. Io avverto un’esigenza di concretezza. Non so se avete mai letto un saggio di Meyer Schapiro, grande studioso di scultura romanica e di pittura moderna, in cui si dimostra in maniera piuttosto divertente come il famoso quadro di Van Gogh evocato da Heidegger nel saggio sull’origine dell’opera d’arte in realtà non esista. Sapete, quelle scarpe da contadino che parlano di un mucchio di cose importanti… Di quel quadro esistono diverse versioni autografe, e Heidegger preleva dall’una e dall’altra i particolari di cui compone la sua descrizione, facendo una specie di pastiche, ma una tela che abbia tutte le caratteristiche evocate da Heidegger (che parla sempre “del” quadro di Van Gogh) semplicemente non esiste. Non so come sia andata veramente, e se vogliamo è un peccato veniale, ma converrete che questo non è un modo sano e costruttivo di ragionare sulle opere, soprattutto quando si ha la pretesa di dire cose solenni e definitive sulla natura dell’arte in quanto tale. Come vi dicevo: presi dalla foga delle idee si finisce per non vedere neanche più l’oggetto – fino al caso limite, neppure troppo raro, in cui l’opera d’arte si riduce a un supporto passivo e generico della speculazione, scomparendo. Io qui traccio una linea: attenzione!

BORSARI: Proporrei di circoscrivere il ragionamento a un aspetto specifico: come il discorso sull’arte possa servire a mettere a fuoco meglio l’efficacia delle immagini. Altrimenti diventa dispersivo.

COSTA: Potremmo parlare di “arte dopo la morte dell’arte”: sto utilizzando l’espressione come uno slogan, nel senso che quello che ci viene trasmesso dalla riflessione di Italo sul rapporto tra immaginazione e arte, è una sorta di invito a riflettere sull’arte dopo che le concezioni tradizionali dell’arte sono state assorbite…

TESTA: Tu dici: come la metafisica dopo la fine della metafisica, così l’arte dopo la morte dell’arte e l’aura dopo la morte dell’aura…

COSTA: Voglio semplicemente dire che ciò che da ultimo ci spinge a riflettere su questi elementi che, visti in una prospettiva più ampia, sembrerebbero elementi interstiziali dell’esperienza artistica, forse ha a che fare proprio con questo: noi ritroviamo in essi il residuo di un’esperienza che, nei secoli, ha avuto dimensioni molto più ampie, variegate.

GENOVESE: Una domanda che non riguarda l’ultima cosa che hai detto, bensì quanto hai affermato prima: il rapporto che si potrebbe stabilire tra l’intensificazione e la densità di cui hai parlato in precedenza. Tu ritieni che nelle immagini le nostre credenze vengano in certi casi intensificate?

COSTA: Le immagini sono dense e in questo senso, sì, si potrebbe dire che sono il veicolo di credenze intensificate, persino cristallizzate. Anche se, contrapponendo troppo nettamente credenze e immagini, non vorrei che perdessimo di vista il carattere di continuum della nostra esperienza. In fondo siamo di fronte a un delicato gioco di contrappesi, anche nel senso che nella credenza esplicita viene articolata una densità, che in un certo senso sei condannato, per conoscere, a tradire. Nell’esperienza artistica colgo questo elemento, questa capacità di surrogare la concentrazione dell’attenzione che bisogna avere per poter articolare qualcosa che è opaco perché denso: insomma è il guardare meglio. Questo esercizio di ricorsività, nel caso dell’arte, riesce a produrre una forma di densità singolare.

TESTA: Questo può essere collegato a quanto sosteneva Andrea. C’è l’intensificazione dell’immagine e della singolarità, nel senso della singolarità dell’oggetto, ma anche nel senso della singolarità dell’immagine: questo è il punto. Sebbene le immagini non siano completamente atomiche bensì plurali, tuttavia è con una pluralità di singolarità che ci confrontiamo: ed è agendo su questa intensificazione di singolarità cha fa gioco l’espressione artistica. In questo discorso i miei riferimenti sono la pittura figurativa, in particolar modo, e la poesia: quindi il tentativo di catturare la singolarità della cosa e, attraverso questo potere di sopravvivenza della singolarità dell’immagine, cercare di afferrare un lembo della realtà, cercare di afferrare quel lembo che, in un certo senso, corrisponde alla stessa singolarità. L’immagine riesce a farlo meglio di un semplice concetto perché è singolare, mentre il concetto può essere concetto di qualche cosa di singolo, ma – di nuovo – non è singolare come l’immagine.

COSTA: In alcune opere figurative vedo riemergere lo schema, la capacità di rappresentare concretamente lo schema di un oggetto. Mi è capitato recentemente di vedere alcune sculture non esattamente riuscite di un amico; ma la prima cosa che ho pensato, vedendole, è che erano lo schema, un tentativo di produrre lo schema, in senso kantiano, dell’oggetto raffigurato. Quindi una forma di essenza, però non essenzialistica, potremmo dire.

CANTÙ: Solo una domanda: alla fine c’è la redenzione o sembra che ci sia un ruolo critico dell’arte e di alcune immagini? Perché questo uso della luce, che dà la profondità di un oggetto, dà la molteplicità dei suoi significati e temporalizza lo spazio – almeno in alcuni autori che abbiamo citato –, ha una funzione di rallentamento: una sorta di fissità che fa prendere tempo e dà spazio alla riflessione. È un meccanismo che salva la criticità nelle immagini, che offre una via di controllo interno?

Perdita dell’aura e demitizzazione

BORSARI: Secondo me il problema dell’aura, posto da Rino, non è semplicemente un fraintendimento. Di fronte alla difficoltà di riformulare poetiche adeguate, c’è la tentazione al reincantamento del mondo. Corriamo questo rischio. Anche la discussione sul fulgore, da questo punto di vista, è significativa. Reincantamento del mondo significa un passo indietro, non solo nelle versioni più sfacciate della rimitologizzazione o simili, ma proprio in quanto perdita della distanza critica, come inversione di tendenza rispetto alla rinuncia dell’arte a dare il senso della pienezza dell’essere.
D’altra parte, c’è il problema molto serio dell’intensificazione che pure è stato posto. Sono un po’ scettico di fronte a una teoria che voglia collocarsi dopo un “post”, perché in realtà, se si deve lavorare sull’efficacia dell’immagine, bisogna avere comunque presente che cosa perdi e che cosa trovi. Quindi si dovrà lavorare sul prima e sul dopo del “post” dell’arte, non solamente se si discute di arte medievale; lo stesso vale per il rapporto tra “valore di culto” e “valore espositivo”, che era la coppia chiave in Benjamin. Anche i quadri di Hopper hanno un valore espositivo. Per me lì la luce tende a essere una luce al neon, una luce fredda in cui si stagliano gli oggetti nella loro nettezza; la sua efficacia sta proprio lì, nel salvarli in una forma molto relativa. Dal problema dell’intensificazione, emerge anche la componente dell’immagine che ho già evocato, e su cui vorrei insistere: quella dell’immagine come formula di pathos, per dirla con Warburg. L’immagine ha una capacità di evocazione emotiva in senso forte, non semplicemente psicologico-individuale: il che costituisce uno schematismo di tutt’altro genere. Nelle Pathosformeln c’è un aspetto riconducibile a una sorta di dimensione trascendentale, un’invarianza intersoggettiva ma resa immanente. C’è l’idea di individuare dei nuclei d’immagine, come nella metaforologia o come, per altro verso, nella Toposforschung o in alcune versioni della storia delle idee. Si tratta di rilevare il farsi immanente del trascendentale dello schema in concrezioni non idiosincratiche, che non sono possibili in forme concettuali o secondo linee astratte. Seguono piuttosto delle mutazioni temporali, delle traslazioni spaziali, delle ricorrenze, delle cancellazioni e delle risignificazioni. Ora, l’idea del pathos è secondo me la chiave per capire l’efficacia delle immagini, anche dopo il “post”.
Se pensiamo, poi, al sistema delle immagini, notiamo come ci sia una relazione che cambia i valori delle diverse posizioni e dei singoli medium visuali, a seconda del configurarsi dell’insieme. Basta guardare al cinema nel suo complesso. Ancora nella Dialettica dell’illuminismo, uno dei massimi esempi dell’aborrita industria culturale era costituito dall’opera di Orson Welles. Con l’avvento della televisione la prospettiva è cambiata completamente. Non solo Welles diventa l’emblema del non commerciale, ma il cinema nel suo insieme vede riconfigurarsi la propria posizione rispetto al resto. Ciò che all’inizio sembrava intrattenimento diventa ora operazione critico-riflessiva.
Detto questo, la cosa interessante oggi è capire come, in un mondo nel quale c’è un’alluvione, un diluvio-profluvio di immagini, cambi la percezione di tutte le immagini. Per cui uno dei grandi sforzi dell’arte contemporanea è stato uno sforzo di reintegrazione, già rispetto all’avvento della fotografia. Per restare al nostro esempio, sarebbe stata possibile l’evoluzione e la ricezione della pittura di Hopper senza la televisione? Forse no. Perché, appunto, la luce fredda del neon è anche quella proiettata dal tubo catodico. In questo contesto, come si ripropone la possibilità di intensificazione che dà luogo all’opera d’arte versus il profluvio che distrugge e manipola, in quanto può far leva su una intensificazione emotiva a suo modo altrettanto potente? Perché un qualche genere d’intensificazione ha luogo e la ricezione delle immagini è efficace anche nella comunicazione politica o commerciale, che fa leva su degli aspetti incontrollabili. Ma ce ne sono delle altre – e si tratta di capire che cosa sia in grado di cambiare la soglia percettiva, che cosa crei quella densità, quella sovradeterminazione. Secondo me, da pensare è il modo in cui si crea il processo di condensazione, in quale relazione possa stare con il “già dato”, con queste forme evocative che possiedono una potenza di attrazione e non sono diluite nel flusso che ci attraversa. Si tratta di indagare ciò che produce sentire, dà forma ai sentimenti, alle emozioni, alle passioni. In questo senso, accentuando l’analisi della codificabilità di una risposta emotiva, ha molto lavorato David Freedberg.

TESTA: Mi riaggancio subito, perché m’interessa molto questa ripresa della Pathosformel di Warburg. In parte, il mio discorso intorno alla metafisica era anche una tentativo d’inclusione della metafisica tra gli dèi dell’antichità, quelli che ritornano come formule di pathos. Tutto il discorso sulla metamorfosi figurativa, sulla trasposizione, aveva alla base un po’ l’idea warburghiana della trasformazione dei valori espressivi, con l’inclusione della metafisica tra questi valori. D’altro canto, c’è da cogliere anche il nesso tra valore espressivo, o Pathosformel, e intensificazione dell’immagine nell’esperienza artistica, che diventa possibile nella misura in cui il trattamento dell’immagine è operato attraverso il riuso, anche in forma mutata, dei valori espressivi tramandati, attraverso una trasmissione che comporta una continua rimodificazione, pur rimanendo fissa l’identità energetica, analogamente a quanto sosteneva Warburg nelle sue riflessioni sull’articolo di Osthoff sulla Natura suppletiva delle lingue indogermaniche.

BORSARI: L’identità energetica è un bel concetto, come pensi si possa utilizzare?

TESTA: Lì c’è un punto su cui riflettere: il rapporto tra valore espressivo, forma espressiva e intensificazione dell’immagine. Devo dire, però – primo argomento –, che questo secondo me si può applicare anche a una rilettura della storia della metafisica. E – secondo argomento, relativo all’arte – se prendiamo sul serio l’analisi warburghiana riguardo alla reminiscenza dell’antico nel moderno, anche attraverso delle metamorfosi, possiamo forse guadagnare un punto di vista dal quale vedere in modo un po’ diverso la questione del disincantamento dell’immagine del mondo. Nel senso che – come sostiene giustamente Rino attraverso l’uso della nozione d’ibridazione – la modernità non è una strada a senso unico: né nel senso della secolarizzazione, che è molto meno avanzata di quanto credevamo, né nel senso della morte del mito, come abbiamo visto, il quale in verità continua ad agire sia nel nostro pensiero sia a livello politico. E probabilmente neppure nel senso della perdita totale dell’elemento auratico dell’arte, che continua a permanere, seppure in modo trasformato – attraverso la metamorfosi, anzi l’anamorfosi –, e si ripresenta in forma magari meno enfatica nell’idea d’intensificazione dello sguardo, in cui permane l’elemento energetico tipico dell’aura, sia pure con un panneggio diverso. Allora la prospettiva warburghiana in relazione alle Pathosformeln e al loro ritorno, è interessante sia per una teoria delle ibridazioni, sia, più in generale, per una rilettura della modernità in senso non univoco, in rapporto al sapere metafisico e all’arte.

GENOVESE: Ciò che ha detto Italo mi trova completamente consenziente: perché l’obiettivo, quando ho introdotto la questione dell’aura, non consisteva nel dire: “Facciamo un’arte che tenga conto di questa perdita”. La perdita infatti non c’è mai stata, e dunque non è possibile il recupero dell’aura, in quanto il recupero avviene spontaneamente. In ogni momento d’ibridazione esibito dall’arte, c’è sempre una riesibizione del suo valore cultuale: cosicché la distinzione tra valore cultuale ed espositivo tende a perdersi. Ma qui c’è forse anche la differenza con Italo. L’aura si presta infatti alla strumentalizzazione da parte dell’industria culturale, o da parte dell’estetizzazione contemporanea. Il problema della cortina fumogena c’è. Perché la cortina fumogena vuol farci credere che siamo in un mondo del tutto disincantato, in cui l’arte deve mettersi sulla testa questo elemento, chiamiamolo fantasmagorico, per recuperare una cosa che in realtà non è da recuperare ma da controllare criticamente: l’aura, appunto.

BORSARI: Non sono d’accordo su questo non vedere l’ostacolo. Prendiamo l’esempio del mito e della mitologizzazione. Un conto è essere consapevoli che agiscono forze mitiche, nel senso che si fronteggia una dimensione non aggirabile che ha a che fare con il lato narrativo, iconico ecc., che agisce potentemente nello strutturare i modi di sentire e di pensare. Un altro conto è riscrivere i racconti mitici, per esempio, facendo come se, nel contempo, non ci fosse stato un processo di secolarizzazione e di demitologizzazione. Come se la potenza del mito non fosse stata seriamente messa in questione dalla tecnica, che diventa poi un mito a sua volta. Un conto è il valore cultuale in un contesto sacrale, che assume un significato in un ordine trascendente; un altro se ne vedo il residuo e il lucore, se penso la religione o l’arte come qualcosa che riecheggia una sacralità perduta. Sono due cose completamente diverse: non colgo la specificità del fenomeno se vedo solo il continuum. Nella fattispecie, l’aura fa tutt’uno con l’atto di separazione dal tutto ordinario degli oggetti di esperienza: il che è l’arte stessa. A quel punto puoi identificare arte e aura. Se invece consideri il valore espositivo come qualcosa in cui c’è l’eco dell’idea di valore cultuale, è la merce che definisce questo tipo di relazione, quella messa a distanza. Va visto in parallelo con l’idea del sacro che esplode, perché non ha più dei luoghi di concentrazione, diventa pervasivo e si diffonde in forme mutanti in tutti gli ambiti sociali.

GENOVESE: Tu concordi sul fatto che questa diffusione, questa esplosione del sacro, che è poi l’estetizzazione del sacro, ripropone la questione dell’aura?

BORSARI: La ripropone ma in un contesto mutato in cui cambia il sacro, cambia l’aura, cambia il valore cultuale che ha un senso trascendente e definisce una relazione gerarchica…

GENOVESE: Un valore neocultuale, diciamo.

BORSARI: Neocultuale, ma tenendo presente la differenza tra una credenza new age, che si può usare tra le tante, e quella della sua relazione al contesto originario, che dà forma a una società.

GENOVESE: Ma una setta religiosa è una forma di religione, anche se magari la setta è estetizzata. Così anche le manifestazioni per così dire degradate dell’aura rientrano all’interno dei fenomeni artistici. Bisogna fare una distinzione tra la teoria dell’arte e le poetiche, perché la teoria dell’arte è quella che possiamo fare noi, intorno a questo tavolo, e la poetica è quella in rapporto con un “fare” artistico determinato, per esempio con Italo quando compie delle scelte all’interno della propria produzione poetica. Sono piani diversi. Quando parliamo della teoria dell’arte ibridata, lo facciamo indipendentemente dalle nostre preferenze all’interno dell’ibridazione: perché, all’interno dell’ibridazione, ci può essere la peggiore paccottiglia, così come invece una produzione di qualità. A quel punto dobbiamo fare delle scelte, mettere in campo una selettività, compresa quella offerta dalle differenti poetiche. Come non sono finite né la metafisica, né l’arte, né l’aura, così non è finita la poetica; semplicemente ha assunto un’altra forma rispetto a quella del manifesto programmatico.

BORSARI: Ma è sulle differenze specifiche nelle presunte continuità che dobbiamo lavorare, altrimenti ci sfugge troppo…

TESTA: Vorrei fare degli esempi, dato che si parla della rimitologizzazione e dell’uso del mito. È una questione che non possiamo dirimere a priori, che dobbiamo valutare caso per caso. Possiamo anche passare in rassegna certi tentativi di riuso di elementi mitici, in forma più o meno riflessa, e sto pensando alla poesia… Un primo esempio è quello del “mito-modernismo” italiano. Mi viene in mente un saggio di Franco Buffoni, critico verso questa tendenza, comparso su un numero della “Società degli individui”, in cui si fa dell’ironia su un mito-modernista italiano che descrive un viaggio in traghetto dalla Francia all’Inghilterra come l’impresa degli argonauti, in modo involontariamente comico. Ma penso anche a certe zone dell’espressione poetica che si collocano in dimensioni storico-culturali fortemente sottoposte all’ibridazione, e in cui il riuso di elementi mitici, all’interno dei contesti narrativi, viene condotto in maniera riuscita. Penso a Derek Walcott, che scrive un poema che si chiama Omeros, e dove il protagonista è un tassista dell’isola di Santa Lucia; oppure penso a Les Murray, un poeta australiano, e all’epopea di Freddy Nettuno, o ancora, penso a Seamus Heaney, che in North riprende i miti legati alle varie migrazioni che ci sono state nella terra d’Irlanda. In questi casi vedo un riuso di strutture narrative, anche legate al mito o all’ibridazione di figure del mito classico, in un contesto storicamente più giustificato che altrove, all’interno dell’espressione poetica, perché riesce a dare corpo credibile a tutto questo. Sono tentativi di rimitologizzazione, oppure sono effettivamente momenti in cui rivivono in modo credibile, e sono ritrascritti, elementi delle potenze mitiche presenti nel linguaggio e a cui danno figura? Questo è il punto.

GENOVESE: Questa seconda cosa, opterei per la seconda: perché non credo che ci sia stata una generale demitizzazione. Credo che la demitizzazione sia stata tentata, così come la secolarizzazione, e che in certi settori della società questo sia avvenuto, ma la cosa è assolutamente limitata, riuscita piuttosto male: e quindi è un po’ assurdo parlare di rimitologizzazione come se tutto fosse stato liquidato e dovesse ritornare (o non ritornare affatto, a seconda dei gusti). Non è così; anzi, semmai dovremmo assumerci ancora il compito di realizzarla, una certa demitologizzazione. La differenza fra me e Italo mi sembra questa: che io considero il fatto di trattare con i miti una cosa inevitabile, ma – tutto sommato – vorrei un po’ guardarmene; mentre a lui invece questo va benissimo.

TESTA: Gli esempi di Walcott, Les Murray e Heaney erano contrapposti al mito-modernismo italiano: per dire che la ripresa di elementi del mito, all’interno di certi contesti, che sono contesti di esperienza non solo letterari, sia più giustificata che in altri…

GENOVESE: Sì, ma a chi pensi degli italiani?

TESTA: Per esempio Conte e Mussapi.

BORSARI: Appunto un esempio di rimitologizzazione, invece quello di cui parlavi prima era il comico. Ma se è volutamente comico fare di una traversata turistica un’impresa da argonauti, a quel punto si è già messo in mezzo un elemento critico-riflessivo, inteso come ironia, come distacco. Altri probabilmente utilizzeranno una forma di messa a distanza, di messa in prospettiva…

PERI: Ci sono anche esempi che non risultano affatto ironici, penso a Jünger in Tempeste d’acciaio: non c’è il comico, né volontariamente né involontariamente, quando gli aerei che vengono a bombardare diventano demoni che vomitano fuoco. Oppure, nella Recherche, a un certo punto compare un aereo mentre il narratore è in automobile con Albertine: è una specie di Icaro che si libra sopra le foreste. La pittura inglese di fine Settecento mescolava con piacere gli dèi dell’Olimpo e le macchine a vapore. Sono solo esempi.

BORSARI: Non ho detto che se è comico non va bene, o se non è comico va bene: ci sono delle forme di distanziamento molto critiche rispetto alla mera riproduzione del mito, diverse dal fare il mitologo senza troppi problemi, un po’ alla Calasso.

GENOVESE: Tutti questi rimitologizzatori sono convinti che la tecnica abbia ormai vinto la partita, e loro si considerano i paladini dell’ “altro” rispetto alla tecnica. Ma la tecnica ha veramente vinto la partita?

BORSARI: È un supermito. Nel caso di Jünger insiterei però su una differenza: lui, a suo modo, rimitologizza davvero.

COSTA: Voglio dirvi una cosa che ho pensato quando Paola ha suggerito una relazione tra l’intensificazione dell’esperienza e la possibilità che essa ci metta in grado di riflettere meglio e di operare criticamente nella nostra esperienza della realtà: si tratta di qualche riflessione e anche di un collegamento… Se penso alle immagini che continuamente ci vengono gettate addosso attraverso la televisione (e c’è questo fenomeno strano, per cui le immagini le viviamo come pure percezioni), beh, questo sostituirsi del flusso d’immagini alla nostra esperienza della realtà, ci permette di riconoscere una funzione dell’immagine che, sotto questo punto di vista, è esattamente inversa rispetto a quella dell’arte: un effetto ipnotico, di congelamento in un’immobilità acritica che è l’opposto dell’esperienza auratica, di meraviglia, che caratterizza una certa forma di fruizione artistica riuscita. Mi figuro quindi una contrapposizione tra l’esperienza intensificata dell’arte e quel flusso ininterrotto di immagini che si trasforma in un – potenzialmente patologico – flusso percettivo che ti travolge, inducendoti a vedere il mondo nella luce di quelle pseudopercezioni che costruiscono una realtà senza nessuna relazione diretta con il mondo.

GENOVESE: Il flusso d’immagini implica una quasi totale sparizione del concetto di percezione – qualcosa che sarebbe diverso dallo schema e dallo schematismo –, perché la percezione, l’impressione sensoriale, viene a essere immediatamente preselezionata dagli schemi. Allora il problema è come liberarsi dagli schemi, che sono quelli che passa il convento, e come riappropriarsi dell’immagine.

COSTA: La funzione di presentificazione che attribuisco all’arte è anzitutto quella di schiudere, persino di salvare i fenomeni, ma nel senso di tenerli lì, magari intensificandoli, e di renderli in questo modo più presenti di quanto potrebbero essere nell’esperienza. È in questa “funzione ritentiva” che vedo un margine di libertà: nel senso che siamo travolti da un flusso d’immagini che dominano, appunto, l’esperienza del mondo, a tal punto da preformarla in maniera coercitiva – ma questa è una cosa del tutto diversa dall’esperienza d’intensificazione dell’arte, che è secondo me tutt’altro che ipnotica, piuttosto liberante.

GENOVESE: Si potrebbe dire che dovremmo cercare una regola per l’immagine, e che questa dovrebbe essere il più possibile autonoma rispetto ai contesti di esperienza proposti dai mass-media. Non so se quella dell’intensificazione possa essere la regola.

CANTÙ: È interessante osservare che le teorie sociologiche che rientrano nel cosiddetto filone della bullet theory sono state introiettate a tal punto dal senso comune, che la maggioranza dei fruitori dei programmi televisivi sembra accettare in maniera consapevole la propria condizione di spettatore passivo e inerme, o almeno non arriva più a desiderare o anche solo a concepire che le immagini possano rivolgersi a spettatori critici e non passivi. È un caso interessante perché una teoria sociologica che si proponeva di smascherare la pressione e la persuasione occulta esercitata dai media è stata banalizzata, tradotta in pillole di senso comune e anche utilizzata come spiegazione di uno stato di cose, se non addirittura come giustificazione dell’impossibilità o dell’inutilità di un cambiamento. Che l’immagine possa richiedere uno spettatore non passivo appare quasi inconcepibile alle generazioni più giovani: per gli studenti di liceo il bombardamento mediatico è una tale ovvietà onnipervasiva, che si ha quasi l’impressione di una trasformazione ‘metafisica’ della tesi sociologica.

COSTA: Che l’immagine sia sempre passiva…

CANTÙ: Sostanzialmente sì, legata all’idea della persuasione occulta all’opera nella pubblicità. Salvo poi scoprire che la pubblicità può essere un momento interattivo nella fruizione televisiva. Se la velocità può arrivare anche a ostacolare la percezione stessa delle immagini, il rallentamento può generare una presa di distanza ma anche un calo d’attenzione. La funzione di rallentamento propria del cinema critico-espressivo è accentuata dalla generale accelerazione dei ritmi di successione delle immagini e dalla compressione della durata di uno spot o di un video: proprio per questo richiede un discreto sforzo di concentrazione.

BORSARI: La soluzione che mette in funzione il rallentamento intenzionale sconfina in un atto di volontarismo, che prescinde dalle potenti tendenze dell’epoca e, spesso, dall’analisi delle ragioni della loro efficacia. Mi sembra perciò molto complicata, difficilissima. Anche l’arte nel suo complesso, come fenomeno sociale, è sottoposta a un contesto che tende ad attrarla entro un sistema di consumo in cui la possibilità di una diversa fruizione si perde quasi del tutto. Se uno va a vedere la Biennale di Venezia vede centomila cose, e lì le immagini gli vengono sparate una dietro l’altra, come se fosse in televisione…


Il testo è tratto da:

Rino Genovese, Italo Testa
Ragione impura. Una jam session su immaginazione e metafisica
(con interventi di Andrea Borsari, Paola Cantù, Paolo Costa, Francesco Peri)
Bruno Mondadori, Milano, 2006, Pagg. 208, Euro 20,00
ISBN 9788842499695 (Vecchio ISBN 8842499692)


Che cosa distingue una jam session da un convegno o un seminario? Innanzitutto il suo carattere “non ufficiale”. Quello a cui gli autori danno vita in questo libro è una sorta di cenacolo, più vicino alle improvvisazioni musicali che non a un solenne evento accademico. Liberando il pensiero dalle costrizioni dell’ufficialità, alcuni studiosi di filosofia intavolano una discussione aperta intorno al tema “metafisica e immaginazione, allo scopo di mantenere intatta la vivacità del confronto e del dialogo e di non annullare le divergenze teoriche che da essi scaturiscono. Ne segue un confronto vivo e serrato, dove la questione dell’immaginario viene ripercorsa nel suo versante artistico e sociale, politico e metafisico, antropologico e scientifico. Dopo l’esecuzione di alcuni temi portanti (immaginazione e metafisica, il fantasma della metafisica e la fallacia delle immagini), la jam si sviluppa in due sessioni. Nella prima giornata vengono sviluppati i seguenti motivi: il pensiero iconico e l’’espressività delle immagini; estetizzazione e demarcazione tra metafisica e mito; metafora e critica del concetto; animale simbolico o metafisico?; critica della ragione impura; metafisica e dominio; natura umana, totalità, pluralizzazione. Nella seconda giornata i motivi precedenti vengono ripresi e ampliati in nuove direzioni: anafora, critica ricorsiva, libertà situata; densità ed epidemicità dell’’immagine; mimetismo e riconoscimento; arte e intensificazione dell’immagine; perdita dell’aura e demitizzazione; seconda naturalezza. Segue una coda di variazioni individuali sui temi della jam (“metaforica, metafisica, imitazione” di Andrea Borsari; “prospettiva e immaginazione metafisica” di Paola Cantù; “immaginazione, percezione, comprensione” di Paolo Costa; “per una storia delle scienze inesatte” di Francesco Peri).

Otium sull’immaginario nella poesia epica e tragica, di Gianmario Lucini

L’immaginario è costitutivo dell’essere umano perché l’esperienza dell’uomo si prefigura nel tempo, e lo fa con immagini e altre attività mentali consce e inconsce. Prima di compiere qualsiasi atto o formulare un qualsiasi concetto, noi pre-figuriamo, ossia immaginiamo che effetto questo fatto possa produrre. In realtà, usiamo il senso della vista, pur non “vedendo” realmente, e insieme gli altri sensi, in una dimensione non sempre spazio-temporale. Le attività sensoriali infatti si possono “immaginare”, appunto, e ci viene spontaneo. Se non lo facciamo, e può accadere, ci rimproveriamo di aver agito “sopra pensiero”. Oppure l’azione da noi compiuta è talmente abitudinaria, sperimentata, risaputa, che non c’è bisogno di usare l’immaginario per prefigurare cosa accade agendo in un certo modo; ad esempio quando guidiamo e si profila una curva a destra, automaticamente svoltiamo a destra, senza prefigurare come lo facciamo – non così invece quando siamo freschi di patente o non abbiamo dimestichezza con la guida. Ovviamente questa pre-figurazione si dimostra tanto più attendibile quanto più completa è la nostra mappa mentale, la nostra conoscenza ed esperienza del mondo. Se guido un’auto sconosciuta, ho bisogno di un po’ di tempo per “ri-aggiornare” la mia mappa mentale e in un certo senso sospendo la mia guida “subliminale” rimpiazzandola con un nuovo stile di guida, anche se non devo per questo ripetere tutto il processo di apprendimento per guidare l’automobile. L’immaginario è insomma una facoltà della coscienza, anche se coscientemente può attingere ad elementi emergenti dall’inconscio.
Non è un’attività mentale posseduta soltanto dagli artisti, ma da tutti gli esseri umani. Non mi soffermo qui ad argomentare perché l’immaginario sia indispensabile all’arte o, per contro, se sia possibile un’arte a prescindere dall’immaginario o ancora, se l’immaginario sia l’aspetto principale del processo artistico (cosa che non intendo assolutamente sostenere).
L’immaginario nell’arte può essere usato in due modi: o in funzione di un obiettivo, come fanno Dante ed Omero, i quali raccontano per immagini una certa vicenda (reale o fantastica) per dire altro e oltre il racconto stesso o, come fanno certe poetiche del ‘900, che propongono l’immagine lasciando che l’obiettivo (il messaggio) sia elaborato dal fruitore d’arte o dal critico, esattamente come il racconto di uno che sogna, anche se nel sogno è importante poi l’associazione di queste immagini fra loro. I due aspetti non sono esclusivi ma compresenti in ogni opera d’arte, con maggiore caratterizzazione ora dell’uno ora dell’altro.
L’immaginario nell’arte, infine, ha aspetti di verosimiglianza e aspetti di fantasia, iperbolici, deformati, trasfigurati dalla visione dell’artista. Va detto anche di questa “verosimiglianza”, che non significa che gli elementi “verosimili” siano più “realistici” degli altri: l’artista che descrive una certa realtà, infatti, lo fa in un certo modo perché non potrebbe farlo altrimenti; e dunque gli aspetti di verosimiglianza rappresentano soltanto quelli che in qualche modo egli condivide con una visione comune del mondo, che non per questo è più vera della sua visione (deformata, distorta, assurda, trasfigurata, o altro aggettivo che potremmo trovare).
In ogni caso, la mia opinione rispetto all’immaginario nell’arte è che esso esprima più validità quanto più è in grado di allargare l’orizzonte dell’opera d’arte, o, in altre parole, contribuire al valore aggiunto dell’opera d’arte che sta nella capacità di esprimere un di più nel tempo (o in altre parole ancora, all’inesauribilità dell’opera d’arte che non può essere racchiusa in una interpretazione, anche la più completa che al momento sia stata fatta). Ma questa è una mia opinione anche perché, come sopra dicevo fra le righe, è mia convinzione che l’immaginario a volte non ha a che fare soltanto con una volontà di rappresentazione, ma anche con l’inconscio e che una qualsiasi banalità descrittiva relativamente povera di immagini, del tipo “la mosca vola nella stanza” può, a seconda di come si combina con altri elementi intratestuali o extratestuali, avere un alto grado di poeticità, perché capace di parlare con immediatezza all’incoscio e suscitare da lì associazioni, immagini, significati che l’artista neppure ha preso in considerazione. L’immaginario che mi interessa, insomma, non è tanto quello che l’artista “mette” nell’opera d’arte, quanto quello che, per intervento dell’opera d’arte, viene sollecitato nel fruitore, nel lettore, nell’ascoltatore.
L’immaginario, intendendo quello “profuso” e visibile nell’opera, non è quindi, di per sé, “poesia” o “arte”. E’ impossibile, per altri versi, costruire un’immagine senza che, in qualche modo, un significato l’accompagni (intenzionale dell’autore o “trovato” dal fruitore) e dunque la critica avrà modo di argomentare se questa combinazione di immagine e senso avrà un valore artistico, per quale motivo, ecc. ecc.
L’obiezione potrebbe essere: allora basta costruire un’immagine perché tanto il senso lo si può attribuire “a posteriori”: basta insomma una fantasia fervida, un po’ di gioco “creativo”, che ne so, una testa nella scarpa o una casa con le gambe per costruire un’opera d’arte; io non so che cosa significhi né perché dipinga una testa nella scarpa: qualcuno troverà un significato!
L’obiezione in effetti è corretta, ma non è un’obiezione, è una possibilità. Infatti un significato c’è già, dal momento che mi oriento a creare un’opera d’arte. C’è un’intenzione. Se non ho questa intenzione, l’opera d’arte non la creo io, ma chi la trova dentro quello che scrivo o dipingo. Un sellino di bicicletta non è un’utensile, ma un’opera d’arte se Picasso “ci vede” una testa di antilope ed è capace di farla vedere ad altri. L’artista che usa il suo immaginario senza avere un obiettivo specifico (cioè senza preoccuparsi del messaggio poetico) in effetti crea un’opera d’arte, ma è sullo stesso piano del costruttore di sellini di bicicletta. Non ha insomma elaborato una poetica, una consapevolezza, un immaginario poetico. Oppure la sua poetica è così vaga e superficiale che l’opera d’arte viene svilita, non ha spessore, è merde d’artiste. Sono convinto che il “trucco” gli possa riuscire, magari un paio di volte, ma alla terza cominceremo a fiutare l’odore di questa “merde” anche al primo sguardo. Si valuterà poi solo in seguito, nella lettura critica di questa opera d’arte, il suo valore reale, la capacità di produrre nel tempo quel “di più” di cui abbiamo detto, anche se a volte, per le opere più innovative, sono necessari decenni perché si inizi a comprenderne la forza. Ed è anche per questo motivo che opere di mediocre orizzonte, ma che al momento offrono immediatezza di comprensione e adeguatezza ad aspettative correnti, trovano un alto favore di pubblico e di critica – favore che, spesso ma non sempre, dura una stagione perché l’opera non produce più nulla e la sua fortuna viene come assorbita nel suo tempo storico (storicizzata). Questo ovviamente non significa che opere incomprese o incomprensibili siano tout court dei vertici di artisticità (sono, anzi, casi non frequenti, anche se clamorosi) o che la storicizzazione sia l’unico parametro di validazione di un’opera d’arte. Vi sono opere d’arte ricche di immaginario e altre meno ricche ma non per queste meno valide.

Chiedo venia per questa affrettata e un po’ confusa digressione, che mi serve solo per far capire al lettore in che modo intenda questo termine, “immaginario”, e passo a tratteggiare alcuni aspetti (a caso) dell’immaginario nella poesia greca più antica, in particolare alcuni aspetti di Omero, Esiodo ed Eschilo, sottolineando, in forza di quanto ho scritto sopra, la tipologia di versi che fanno scattare il mio immaginario – trovo infatti operazione alquanto oziosa misurare quanto immaginario avessero Omero o Eschilo e come sapessero “infonderlo” nei testi. D’altra parte, ogni questione letteraria è (e deve essere) oziosa, e anche quella di cui ci stiamo occupando.
Un aspetto che in Omero mi sorprende sempre, è la particolarità di alcune forme aggettivali ricorrenti, ad esempio: il pelago “sonoro”, la dea “dalle bianche braccia”, o l’aggettivo “orrendo” riferito alle armature degli Achei, l’attributo “azzurrino” riferito allo sguardo di alcuni dèi come Giove o Minerva (soprattutto). Queste attribuzioni, reiterate e ricorrenti, non solo hanno una caratteristica fortemente evocativa, ma in qualche modo vogliono accreditarsi come caratteristiche tipiche del personaggio o dell’oggetto descritto. In quel “sonoro” del mare sta infatti tutta la fragorosità delle onde, il rispetto dell’uomo greco per la magnificenza del mare, per la sua forza. “Sonoro” è quasi onomatopeico della risacca che si rifrange sulla spiaggia, è un aggettivo vivo, mobile, dotato di musica, di forza, di mistero. Eppure basta un piccolo “sonoro” per dire tutto questo del mare, del rapporto dell’uomo greco con il mare. Certo, la trascrizione di Monti e la traduzione di Pindemonte hanno il loro merito indiscutibile nella buona scelta del lessico, ma non tutto ovviamente va ascritto alla forza del linguaggio da loro usato. L’immaginario si scatena anche con l’attributo “azzurrino” riferito agli occhi di Minerva. E, in ogni caso, il primo elemento che sollecita l’immaginario del lettore è una domanda: perché “azzurrino”, perché “orrendo”, perché “sonoro”? Ossia la particolarità dell’aggettivo, che incuriosisce. L’artista dunque provoca, il lettore viene spinto quasi suo malgrado, se non è un lettore superficiale, l’immaginario si attiva quasi da sé e non resta che seguirlo, cercare l’immagine nella nostra esperienza, nella nostra cultura, accostarla ad altre, arricchirla di questo nuovo significato, creare su di essa congetture da verificare, ecc. In questo senso l’immaginario accresce quel “di più” che costituisce il valore aggiunto dell’opera d’arte.

Del poema più famoso di Esiodo mi ha sempre meravigliato il fatto che egli, per ben 103 versi, ossia più o meno il 10% dell’intera Teogonia, si soffermi in un ampio panegirico introduttivo in elogio a Zeus e alle Muse in particolare, mentre di primo acchito verrebbe da dire che poteva risparmiarsi questi cento versi ed arrivare subito al sodo, ossia l’invocazione rituale alle Muse (vv. 104-114) e la teogonia vera e propria, dal v. 115 in poi. Peraltro, un simile schema è adottato da Esiodo stesso nell’altra suo poema, Le opere e i giorni, con una breve invocazione a Zeus e poi subito la narrazione dei diversi miti oggetto del poema. Partendo dalla convinzione che un poeta di quello spessore non poteva essere uno sprovveduto come il sottoscritto, ho cercato di capire il perché di questo antefatto, e mi pare di trovarlo in alcuni segnali. Il primo è il testo che va dal verso 9 al verso 21, che si svolge in una sequenza quasi rovesciata, partendo da Zeus per arrivare ai primigeni Gaia, Oceano e la “nera Notte”. Una specie di conto alla rovescia per introdurre l’inconscio del lettore nell’ambiente mentale del mito, come si fa in certe pratiche ipnotiche per “viaggiare” indietro nel tempo. Non mi sembra, invero, un ordine casuale, ma voluto.
Il secondo indizio mi viene dai vv. 24-26; sono le Muse a parlare:
“O pastori, cui la campagna è la casa, mala genia, solo ventre;
noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero,
ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare
Perché le Muse devono in qualche modo “giustificarsi” con i pastori ed Esiodo stesso, ammettendo di essere le ispiratrici di favole ma anche, quando vogliono, di “vero cantare”? Questo elemento ci dice che già l’uomo greco del settimo secolo stava mettendo in crisi il mondo dei miti (lo faranno in modo più incisivo filosofi come Senofane o lo stesso Eraclito) e che Esiodo intende proporsi non come un poeta qualsiasi, ma uno che dice la verità direttamente trasmessa dalle dee – e quindi il suo non è soltanto un poema, ma la verità degna di fede sull’origine del mondo, degli dèi, degli uomini, dell’ordine naturale e sociale.
Infine, il grande ruolo che l’immaginario svolge in questi primi cento versi, il modo come sono presentati i soggetti, gli ambienti, le dimore degli dèi, insomma la scenografia introduttiva che, unita al canto – poiché la poesia greca è anche mélos – doveva produrre un effetto di cambiamento nella stessa sensibilità recettiva del pubblico destinatario. Certo, la “tecnica” può apparire alla nostra sensibilità, specie dopo le esagerazioni dell’Arcadia, un po’ noiosa e a me personalmente, per dirla per intero, non piace molto, ma capisco e ne condivido la soluzione se contestualizzo il testo nella cultura che l’ha prodotto, che è la mentalità ancora mitico-magica del VII secolo. Ecco un esempio di come l’immaginario viene messo in sinergia con lo scopo che l’autore si propone, che è quello di convincere il lettore a prestare fede alla sua poesia. Ovviamente nel resto del poema l’immaginario di Esiodo si applica in infinite occasioni, ma è comprensibile e opportuno. Togliendo tutto il lavoro dell’immaginario, le figure retoriche prodotte dalla mente di Esiodo, la sua inventiva, che cosa rimarrebbe dell’intero poema? Una stringatissima vicenda genealogica infarcita di racconti curiosi, un manuale di mitologia, qualcosa di ancor più ostico dei primi 8 pesantissimi capitoli del libro dei Numeri nella Bibbia (benché capitali per la fondazione stessa dell’identità ebraica). Scrivere una Teogonia, su un materiale così ostico, credo sia stata una fatica immane per Esiodo (e, infatti, la poesia religiosa è ancor oggi una delle più difficili).

L’immaginario in Eschilo è sorprendentemente moderno. Esso infatti punta direttamente a questioni centrali dell’esistenza individuale. L’essenza della tragedia è infatti il paradosso dell’impossibilità della scelta e, di conseguenza, della stessa libertà individuale. L’atmosfera che si respira in tutte e sette le tragedie è di oppressione indicibile. Se Oreste uccide Egisto vendica il padre, ma se uccide anche Clitennestra, colpevole come Egisto della morte di Agamennone, non solo vendica il padre ma anche uccide la madre e quindi infrange una legge degli dèi. Se non la uccide sarà punito perché non compie il suo dovere di figlio (del padre) ma se la uccide sarà ugualmente punito perché matricida. Oreste uccide Clitennestra, e viene così perseguitato dalle Erinni, lungo tutta la tragedia delle Coefore fino alla soluzione – che non convince molto – trovata da Atena nella conclusione delle Eumenidi, ossia placare le dee con sacrifici ed altre pratiche devozionali. Atena salva capra e cavoli e, da un punto di vista teologico la soluzione quadra, ma resta il fatto che il problema cruciale posto dall’impianto della trilogia resta, nella sua sostanza – ossia l’oppressione della norma divina che non permette un criterio sicuro per scegliere il bene, ossia non si può compiere il bene neppure volendolo. L’essenza del tragico è questo paradosso ma l’immaginario, qui, che ruolo ha?
La lettura di Eschilo non è semplice. La sua poesia già risente di alcuni elementi di problematicità, modi di costruire il contenuto, ecc. che già preannunciano la scoperta del pensiero riflessivo. Si può parlare qui di veri e propri ragionamenti, di situazioni complesse, di una certa “dialettica” fra situazioni e personaggi. Si respira insomma un’aria nuova, che è già oltre la mentalità mitica. L’immaginario di Eschilo si sofferma sulla psicologia dei personaggi, soprattutto. Inizia a darne un saggio descrivendo la sentinella (la sentinella parla di sé, di come si sente e traduce in immagini questa sua ansia, questo tormentoso scrutare senza che il fuoco all’orizzonte appaia). Il Coro poi acquista anch’esso, nel corso del primo atto, una caratterizzazione particolare, come se avesse una personalità (ed in effetti doveva rappresentare la mentalità avveduta della tradizione, la sensibilità dell’uomo greco di quel momento storico). Eschilo costruisce pian piano questi personaggi della sua tragedia lavorando con l’immaginario che però è diverso da quello di Esiodo, libero di inventare quello che vuole. L’immaginario di Eschilo si muove entro i parametri della verosimiglianza e di un certo realismo o anche naturalismo – per quanto possibile secondo gli stilemi rituali della tragedia -, probabilmente perché così egli ha deciso; poteva infatti usare elementi fantastici o altri artifici ma anche quando mette in scena gli dèi (Atena e le Eumenidi ad esempio) lo fa attribuendo loro forti caratteri umani. L’Orestiade inizia proprio (con la tragedia Agamennone) con un quadretto che ci fa vedere come Eschilo usi l’immaginario per rendere quanto più possibile realistica una scena. E’ la sentinella, che attende un segnale nella notte che comunichi la presa di Ilio e quindi la fine della lunga guerra e il ritorno di Agamennone e dei soldati. La traduzione non è a mio avviso molto pregevole, ma al momento non dispongo di altri testi.

Dèi, vi chiedo: sollievo da questo mio soffrire! Un anno intero, lungo, di guardia. Notti bianche, qui sul castello dei figli di Atreo, rannicchiato, da cane. Ormai, distinguo l’adunarsi di stelle nel buio: queste che portano gelo sul mondo, altre calura, sovrane di luce che vibrano vive nell’aria.
Vicenda di stelle, tramonti e levate. Così monto la guardia all’avviso di luce, lama di fuoco che trasmette notizia da Troia, e squillo di conquista. L’ordina cuore di donna: da uomo decide, fremente. E quando mi stendo quassù, sul mio covo di brina – notti sconvolte, senza affacciarsi di sogni; invece del sonno mi fa da scudiera l’angoscia che le palpebre piombino ferme nel sonno – io canto, se voglio, note basse, tra i denti – stemperando un motivo combatto il sopore – e allora singhiozzo, piango il destino di questo palazzo: non è retto col polso d’un tempo.
Se in quest’istante avvenisse felice sollievo al mio soffrire… balenare di fuoco, gioioso corriere nell’ombra.
(Fiammeggia un lampo lontano.)
Là! Benvenuta, fiamma nella notte! Tu avvivi chiarore solare e qui, in Argo, una folta serie di feste, a celebrare l’evento. Vado, avverto con voce squillante la donna d’Agamennone: che si levi, di volo, dal letto e lanci nelle sale un inno esultante, festoso saluto per quel lampo laggiù.
Sì, la città d’Ilio è caduta: lo svela vibrando il segnale di fuoco. Voglio muovere io i primi passi di danza. Che mossa, per me, questo tiro toccato ai signori: tre colpi da sei punti mi vale questa veglia al falò! Oh, mi sia dato, quando ritorna, stringere al principe con affetto la mano, tra queste mie mani.
Sul resto, zitto: un bel bue m’è salito sulla lingua. Questa rocca griderebbe da sé, nette parole, se avesse una voce… Per me, far parola mi piace, a chi sa: se non sa, dimentico anch’io.
La sentinella esce di scena. A passo ritmato entrano e si dispongono nell’orchestra
gli anziani notabili di Argo che compongono il coro
.

Abilmente Eschilo mette insieme, costruendo questo monologo, alcuni elementi indispensabili a far entrare velocemente “in medias res” il pubblico: a) dà le coordinate di luogo (Argo) e tempo (fine della guerra di Troia); b) rende noto che “qualcosa non va” alla reggia di Argo, con frasi misteriose (specie l’ultima) e crea così l’aspettativa del pubblico, il terreno alla tragedia; c) usa la figura della sentinella (che ha un buon grado di capacità di coinvolgimento per un pubblico, quello del V° secolo, abituato alla guerra) per rendere più vicino il pubblico al dramma. Ovviamente questa scena è frutto di immaginario, anche se qui i caratteri del realismo prevalgono (si tenga conto dell’alto grado di ritualità della rappresentazione tragica, la cui caratteristica statica viene in qualche modo ravvivata dalla vivacità del monologo). L’immaginario prefigura l’esito, l’impatto che il dialogo avrà sull’ascoltatore e il poeta scrive il testo così e non in un altro modo, per ottenere quel tal effetto che non sarebbe possibile in un altro modo.
Poi all’interno del grande fiume narrativo che da lì parte, plastico e sapientemente costruito, si incastonano stupendi gioielli prodotti dalla fantasia del poeta, come ad esempio la narrazione della vicenda di Ifigenìa, sacrificata dal padre Agamennone per propiziarsi Nettuno, dopo l’oracolo di Calcante. La narrazione è quanto di più struggente si possa leggere:

E suppliche, invocazioni al padre,
in suoi giovani anni, nulla contarono,
per i potenti bramosi di guerra.
Il padre compì la preghiera.
Ai ministri del rito, fermo nel cuore [Agamennone] ordinò d’afferrarla
sospesa alta sul ceppo, come capra,
avvolta nei pepli, lo sguardo a terra, riversa,
e d’inchiodare alla bocca
- prora leggiadra – il grido
imprecante alla casa

col bavaglio – forza muta, ostinata.
Sciolse le vesti, e ai suoi piedi
tinse la terra di croco. Dagli occhi
sfrecciava uno sguardo di pena
su questo, su quello, pronti a sgozzarla: quasi
figura che spicca dipinta.
Vorrebbe parlare. Tante volte il suo canto
levò nella sala tra i compagni del padre:
- voce tersa di vergine, che al padre amato
al terzo levare dei calici
dedicava le note del Peana,
piena d’amore.

Questo piccolo gioiello che cos’è, se non potenza dell’immaginario? Una potenza travolgente, capace di muovere a infinita pena l’uditorio e persino un cinico come il sottoscritto, per il tremendo contrasto fra la brutalità soldatesca di Agamennone e degli altri duci e l’innocenza floreale della fanciulla Ifigenia. Ci si infiamma, ci si indigna. Un padre del genere è un bel porco assetato di potere, viene da dire, e merita di essere sgozzato dalla moglie e da Egisto. Dentro l’impianto della tragedia la vicenda di Ifigenia rafforza dunque la posizione di Clitennestra (che poi uccide Agamennone per vendicare la figlia, o così almeno ella si giustifica), proprio per esasperare questa tensione interna, questa specie di dialettica fra opposti modi di vedere gli stessi eventi. La scena non è messa lì a caso, anche se non è strettamente necessaria. Ma il fatto che Eschilo la rappresenti in quel modo così carico di pathos, rafforza il senso del tragico e dà una coloritura fosca alla figura di Agamennone.
Insomma, il mito di Oreste esisteva già, non fu Eschilo a inventarlo, ma soltanto la tragedia di Eschilo ha saputo narrarlo in modo così poetico, trasformandolo da mito in poema, usando un immaginario robusto e legato alla realtà concreta piuttosto che alla fantasia o ad immagini particolari (oniriche, fantastiche) o abbondanza di figure retoriche. Verrebbe da dire: la realtà è il vero immaginario, oppure: l’immaginario serve a raccontare una realtà più realistica. Vero, ma viene anche da dire che l’immaginario in Eschilo, che pure ha un grande ruolo nella sua arte, a rigore non è indispensabile o meglio, la tragedia “in sé” avrebbe un valore indiscutibile anche se egli avesse glissato sul sacrificio di Ifigenia e su altri passaggi. Ma è proprio da qui che si vede il poeta, nella sapienza e nell’equilibrio con i quali egli sa dosare i suoi strumenti, facendoli lavorare in sinergia per ottenere il massimo da un testo. E la riprova sta nel fatto che ancora oggi lo leggiamo con grande emozione.
Ma è solo un’idea…

Ciao mondo!

“Quindi sentimmo gente che si nicchia/ne l’altra bolgia”… Dante, Inferno, Canto XVIII. Così comincia un viaggio nelle pieghe della poesia, nel tentativo di snodare, riarticolare con più semplicità, la sua esperienza critica e sociologica… soprattutto, ripartire e riflettere da nozioni di estetica sarà di utilità per innovare la comunicazione della letteratura, riuscirà ad amplificare quella percezione che un ambiente dovrebbe avere di sé? E come far sentire?

Su Metabolgia si cercherà ogni mese di presentare ai lettori interventi di esperti; ma i saggi, gli articoli e le opere pubblicate, hanno l’obbiettivo di innescare il dibattito di altri “opinionisti”.

Al termine di queste “bolge”, il dibattito sarà riassemblato, editato e spedito, per mezzo di una lettera elettronica dall’indirizzo metabolge(chiocciola)ammutinati.com, e riepilogato anche sul blog Metabolge.
Non vuole essere questo blog una testata giornalistica, in quanto aggiornato senza una periodicità precisa – e pertanto non lo si potrà considerare un prodotto editoriale ex L.62 7/3/2001 -, ma la sua ideazione nutre la volontà di dare vita ad una discussione ampia, quasi come in una vera redazione. Chiunque potrà inviare un contributo dopo aver riflettuto sui saggi, sui testi di critica e di poesia presentati: gli scritti pervenuti saranno vagliati e, se considerati utili all’assemblaggio della mail magazine, editati.

Tutti i contributi saranno ad esclusivo uso didattico: la loro pubblicazione non è a fini di lucro. Infine, aderire all’iniziativa significa condividere in toto i principi dell’open content.