Poesia alla frutta, di Giovanni Tuzet

1.
Manca una poesia al futuro. Forse è sempre stata minoritaria. Oggi è ai minimi termini. Manca una poesia che immagini il mondo che verrà, un mondo futuro e possibile, diverso da quello attuale. Magari ci sono testi di denuncia, invettive contro il presente stato di cose, anatemi. Ma è difficile trovare qualcuno che arrischi delle previsioni o immagini il futuro.
Dopo la morte delle ideologie la cosa è diventata ancor più evidente e in una certa misura imbarazzante. Ci si può lagnare del presente, indignare e protestare; ci si può cullare nel passato, cantando commossi l’età dell’oro (che non verrà più, se mai è venuta); ma nessuno o quasi ci proietta nel futuro. Non solo la morte delle ideologie e il disincanto hanno prodotto questo. Anche il vorticoso sviluppo delle scienze e delle tecniche, unito a un non meno rapido mutare dei costumi e delle società, ci mette all’angolo, in una situazione di disagio immaginativo, incapaci e timorosi di immaginare qualcosa di credibile. È come se il tumulto di ciò che accade rendesse superfluo o impossibile uno sforzo di pensiero. Eppure ce n’è bisogno.

2.
Ce n’è bisogno per allevare il nostro spirito critico e mantenere chiara l’idea che non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Ce n’è bisogno per migliorare le cose, appunto.
La poesia potrebbe aiutarci, in questo, se fossimo capaci di vigorosa immaginazione e di metterla efficacemente in versi. Cosa intendo per “vigorosa”? L’immaginazione sostenuta dal pensiero e sviluppata in un vasto disegno.
Anche un po’ di filosofia può venirci in aiuto, per capire meglio di cosa si tratta (1). A questo puntava già Aristotele infatti: “il compito del poeta non è dire ciò che è avvenuto ma ciò che potrebbe avvenire, vale a dire ciò che è possibile secondo verosimiglianza o necessità” (Poetica, 1451a, 36-38). Cioè? Facciamo qualche distinzione esplorativa.

3.
Posso immaginare il passato che non ho vissuto o di cui non posso ricordare. Posso immaginare la mia nascita. Poi gli sguardi dei miei genitori. E posso provarne un senso di dolcezza benché non pretenda che quanto immaginato corrisponda a quanto realmente accadde.
Posso immaginare il presente che non conosco. Posso immaginare cosa stia succedendo in questo preciso istante sotto la Torre Eiffel, benché mi trovi in tutt’altro posto in tutt’altro paese.
Posso immaginare un presente e un passato volutamente diversi da quello che sono. Il mondo in cui la Germania ha vinto la Seconda guerra mondiale, o il mondo in cui Silvio è un rappresentante di mentine anziché il Presidente del consiglio.
Posso infine immaginare il futuro, un bagno che farò la prossima estate, il mondo senza pena capitale, la vita ultraterrena (2).
Quest’ultimo e slanciato modo dell’immaginare è quello estremamente raro nella poesia dei nostri giorni. Immaginare in versi e strofe un mondo futuro e possibile dove le cose sono diverse da quelle che abbiamo sotto gli occhi.
In certo senso non è difficile. Basta un minimo di fantasia. Ogni poeta, se un po’ si mettesse d’impegno, potrebbe imbastire qualcosa. Ma in un altro senso è difficilissimo. Perché bisogna immaginare delle cose che siano comunque credibili e che soprattutto dicano qualcosa di significativo e importante per noi, qui ed ora. Che tocchino qualcosa di estremamente reale pur essendo immaginarie.

4.
Questo è il limite dell’utopia: dire delle cose talmente lontane da risultare di nessun interesse e nessuna presa.
C’è poi un’altra faccia della medaglia: l’utopia negativa, immaginare un mondo che non vorremmo si realizzasse e che magari si avvicina pericolosamente. 1984 di Orwell ne è un ottimo esempio in prosa. Anche qui, si deve immaginare qualcosa che faccia presa sulle nostre paure. Per metterci in guardia e vegliare.

5.
Non crediamo però, quand’anche ci vada dritta, di avere centrato il bersaglio. Abbiamo spesso la consapevolezza di ciò che piace o interessa ai nostri simili e compagni. Supponiamo allora di riuscirci: di forgiare e consegnare una portentosa immagine del mondo che verrà, o di un mondo possibile che vorremmo vedere. Abbiamo qualche garanzia che i nostri discendenti saranno dello stesso avviso?

6.
Qualche tempo fa, prima dell’abortito tentativo di una costituzione europea, si è svolto un curioso dibattito. Molti hanno parlato delle radici cristiane. Nessuno parla dei frutti cristiani. Quale politico potrebbe dire che il suo governo ha dato dei frutti cristiani?
Eppure il Vangelo di Matteo parla chiaro: l’albero buono e quello cattivo, li riconoscerete dai loro frutti (7, 15-20).
Pensiamo la stessa cosa in termini poetici. La buona e la cattiva poesia le riconosceremo dai loro frutti? Ma quali frutti? L’albero della poesia produce frutti molto sparsi, anche a notevoli distanze temporali. Quello che oggi nel pubblico produce freddezza, domani potrebbe generare entusiasmo. E quello che scatena entusiasmo potrebbe essere dimenticato. Solo alla fine dei tempi, allora, potremo calcolarne i frutti? Ma che ce ne faremo allora? Non sarà troppo tardi?

7.
La poesia dei nostri giorni è alla frutta. Si vede, non sa che pesci pigliare e in che direzione muoversi. Probabilmente è un riflesso di tempi confusi, un periodo di transizione. Dove tutte le strade sono aperte e tutte le carte si possono giocare, tutti gli stili, tutte le poetiche, tutte le scelte sono ugualmente legittime. Non ci sono capricci né errori, ma preferenze da rispettare.
In questa macedonia da ipermercato, spesso ipocrita, manca non a caso un prodotto fondamentale: la poesia al futuro. La domanda ci sarebbe, credo, ma non c’è l’offerta. E non credo che sia colpa delle case editrici o di qualche complotto od occulta regia. Credo che proprio i poeti abbiano smesso di pensare in questa chiave. Ed è un male.

8.
In verità, ogni poeta esercita sempre uno sforzo immaginativo. Che tecnicamente si traduce nella ricerca della giusta analogia, della giusta metafora, della giusta immagine.
Quando Folgore, per fare un esempio, ci dice che il bosco è una “città d’alberi” (3), utilizza un’immagine artificiale (la città) per rappresentare qualcosa di tipicamente, indiscutibilmente naturale (il bosco). La rappresentazione è innovativa perché implica e richiede uno sforzo di immaginazione: non ci descrive il suo oggetto ricorrendo ai termini naturali che gli sono propri, o a qualche usata similitudine. Per visualizzare quanto ci dice, dobbiamo compiere in certo senso una deviazione, passare dagli alberi alla città – immaginare le case alte e strette, il premere degli edifici sulle strade, il crescere dei grattacieli – per tornare al bosco e al suo fitto.
Efficaci o meno che siano, queste rappresentazioni sono sforzi d’immaginazione su piccola scala. Riguardano cioè un dettaglio, una parte, un elemento di una composizione che per il resto può essere completamente descrittiva di un reale stato di cose. L’immaginazione su larga scala, invece, è quella che si esercita in un lavoro di sistematica invenzione, creando dalle fondamenta un mondo futuro e possibile, dispiegandone caratteristiche e vicende, spingendolo alle estreme conseguenze (4).

9.
Anni fa immaginavo il vocativo come ponte per il possibile (5). Ero suggestionato dalla mistica e da Zanzotto (dall’omonima raccolta del 1957, più dal suo titolo che dai contenuti).
Ora mi sembra di poter dire che il vocativo non basta: è una chiave della poesia al futuro ma non la completa. Non bastano le invocazioni, occorre uno sforzo più severo e sistematico, qualcosa che dovremmo reimparare dalla prosa e tradurre in versi. Se ne avessi le forze, ad esempio, proverei a immaginare cosa diverranno le nostre società multietniche e inaridite, forse il focolaio di nuovi e terribili combattimenti, fra il buio e la luce che ognuno rivendica.

10.
I voli pindarici dovrebbero essere il comune alimento ed esercizio del poeta. Oggi sono una pietanza particolarmente rara, per le ragioni dette prima o altre ancora. Qui ho cercato di indicare la necessità e la difficoltà di una poesia al futuro. Ci serve ma è un cammino irto di buche, di rovi, d’incognite e predatori. Chi vuole tentare? Prima ancora di incamminarci dobbiamo chiedere una cosa fondamentale a noi stessi: chi ha veramente fame e sete di giustizia?

Note:
(1). Quella di mondi possibili è una nozione tecnica nella filosofia degli ultimi decenni, ma risalente almeno a Leibniz. Si può vedere, ma non lo consiglio a chi è digiuno di filosofia, S. Kripke, Nome e necessità, Boringhieri, Torino 1982. Per una presentazione, cfr. P. Casalegno, Filosofia del linguaggio, Carocci, Roma 1998, cap. 5.
(2). Chi è filosoficamente acuto noterà che l’immagine di un certo futuro e quella di un certo presente diverso da quello attuale possono avere lo stesso contenuto.
(3). Su questo e altri esempi, mi si lasci rinviare al breve Intrecci, che ho pubblicato in “Argo”, n. 13, 2007. Sul ruolo dell’immaginazione nella scienza, ho scritto invece in Scienza e poesia, in “Atti dell’Accademia delle Scienze di Ferrara”, vol. 83-84, 2007.
(4). Chi non è sazio di filosofia può meditare sui grafi di Peirce, che esplorano dei mondi immaginari e le loro relazioni necessarie (cfr. la raccolta Pragmatismo e grafi esistenziali, a cura di S. Marietti, Jaca Book, Milano 2003).
(5). “Penso al vocativo come la forma segreta del coniare”. Così scrivevo nelle note al mio 365-primo (Liberty House, Ferrara 1999).

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9 pensieri su “Poesia alla frutta, di Giovanni Tuzet

  1. “Anni fa immaginavo il vocativo come ponte per il possibile (5). Ero suggestionato dalla mistica e da Zanzotto (dall’omonima raccolta del 1957, più dal suo titolo che dai contenuti).
    Ora mi sembra di poter dire che il vocativo non basta: è una chiave della poesia al futuro ma non la completa. Non bastano le invocazioni, occorre uno sforzo più severo e sistematico, qualcosa che dovremmo reimparare dalla prosa e tradurre in versi. Se ne avessi le forze, ad esempio, proverei a immaginare cosa diverranno le nostre società multietniche e inaridite, forse il focolaio di nuovi e terribili combattimenti, fra il buio e la luce che ognuno rivendica.”

    Non so cosa hai scritto nel tuo articolo sul vocativo, ma vocativo, in essenza chiama le cose per farle presenti. Ha quindi una tremenda forza performativa.
    Avrei dovuto leggere attentamente tutto il tuo sistema (?) riflessivo sulla poesia. Quindi, quello che dirò, è un commento molto parziale.
    Penso che, invece di parlare del vocativo come tecnica o strategia poetica (lo intendi cosí?) sarebbe meglio di prenderlo come metafora per una gamma di procedimenti linguistici che fanno la poesia diventare performativa: invece della descrizione del X (che poi viene sempre descritto come A, B ecc.) metterlo in atto.
    Stranamente, ogni volta quando leggo i tuoi articoli, le tue riflessioni mi fanno pensare ai lavori filosofici di Novalis (espec. Studi fichteani) che nel frg. 1 scrisse appunto sulla differenza fra il linguaggio filosofico e quello della poesia. Poesia appunto non descrive ma mette in azione, presenta, fa presente. Poesia ha una forza performativa – una forza vocativa. Dopo aver pensato cosí rimango sorpresa sul “spell” del romanticismo in cui ci troviamo ancora. La parola “romanticismo”, qua, la uso come qualcosa di nobile e assai lontano dalle percezioni superficiali. O era forse la riflessione di Novalis cosí cardinale?

    Questa natura vocativa-performativa della poesia, ora, può servire come uno spunto per una riflessione della richiesta per la poesia al futuro. Temo che l’uso dei tempi grammaticali, passati o futuri che siano, non cambia niente. La forma verbale – se la poesia vuol essere una poesia – funziona sempre come “presente”. Il compito o il gioco da compiere con una poesia al futuro (sí, come costruirla), però rimane un’interessante ginnastica intellettuale?

  2. Un’altro commento. Qual’è la forza vera della poesia?
    Da un punto di vista, per me, non sono soltanto le parole vuote. Quindi, la poesia con i suoi motivi e temi, ma sopratutto ai livelli molto più fini (strategie linguistiche usate dal poeta/dalla poetessa) deve assolutamente essere etica. Per me, non essere etici in poesia, significa non solo distruggere la propria capacità creativa, ma daneggiare tutti i lettori. E’ quindi un danno al livello gnoseologico e un danno al livello della coesione sociale.
    Dall’altro punto di vista però, questa equazione poesia = io o poesia = vita sociale sembra piuttosto moderna e risale al problema dell’autocoscenza. Ho letto appena un’interessante articolo di Brian Stock su questo tema. In sostanza vi sarebbero due tipi di autocoscienza:
    1. mistico-meditativo che opera il conoscimento di sé stessi come la pratica NON VERBALE ed è connesso con la trasformazione degli attaccamenti.
    2. testuale: qua il testo non è soltanto l’istrumento attraverso il quale l’io interiore viene a manifestarsi esternamente, ma è anche il risultato, il prodotto, il frutto dell’autocoscenza operata. Gli esempi menzionati da Stock sono Seneca (Epistole al Lucillo) e – un esempio che appartiene ad ambedue i tipi, – Sant’Agostino.
    Adesso, per non annoiarvi, una breve conclusione: il secondo tipo dell’autocoscenza testuale non è legata alla trasformazione ma soltanto a un rendersi conto di sé stessi. Mediante una tale pratica l’io viene a costruirsi. Il romanticismo ha ripreso e sviluppato questo secondo tipo dell’autocoscenza (cfr. la teoria romantica del Bildung estetica). Ma stranamente, ciò che viene costruito è, in un certo senso, imparentato al mondo dell’ipermercato globale.

    Pensando cosí, mi trovo davanti a una aporia. Una sua metà appartiene al mondo reale, a quel indicibile X, l’altra metà appartiene al mondo testuale-discorsivo. In quale mondo vivo – viviamo?
    Nelle tue poesie mi affascina quel richiamo alla connettività sociale, ma temo che per praticarla in poesia, bisogna praticarla anche nel mondo del X. Quindi: come rompere, trasformare e cambiare le strutture del mondo discorsivo?

  3. Christian dice che io saprei rispondere “sicuramente”!
    Sono meno ottimista di lui, ma ci provo.
    Innanzitutto grazie, Alenka. Vediamo come posso dire delle tue domande.

    Sul vocativo: noti che questa modalità ha una “tremenda forza performativa!”, in quanto “chiama le cose per farle presenti”.
    Sono d’accordo sulla definizione: sì, usare il vocativo significa chiamare qualcosa per farlo presente. Ma non capisco bene che cosa ci sarebbe di performativo.
    Tecnicamente, intendo il performativo come quell’atto linguistico che di per sé produce una certa situazione: “Vi dichiaro marito e moglie”, “Battezzo questa nave ‘Regina Elisabetta’”, ecc. Il vocativo non mi sembra funzionare allo stesso modo. Quando si chiama in senso vocativo, si SPERA che quanto chiamato possa farsi presente, ma non si ha alcuna garanzia che questo accada. Invece, con un vero performativo la situazione si realizza sempre. (Ma forse tu usi ‘performativo’ in un altro senso, più lato).
    Un esempio: finivo il mio “365-secondo” (2000) con questo verso: “oh, quel che non può tornare, ritorni”. Questo è un caso estremo, un vocativo che dichiara esplicitamente il proprio scacco, chiamando qualcosa (per farlo presente) pur sapendo che non potrà venire.
    Forse ci sono dei casi in cui il vocativo ha ANCHE una forza performativa. Ma non mi sembra appartenere alla sua essenza.
    Tu hai forse degli esempi efficaci? Perché non li scrivi qui?

    Sulla forza della poesia: devo dire che proprio non lo so, quale sia la vera forza della poesia. Penso anch’io che una componente etica sia importante nel lavoro del poeta (come in quello di ogni uomo, in fondo). Se poi la poesia stessa debba essere etica non so dirlo. In che senso una poesia può esserlo? Semmai sono le azioni ad essere etiche, non un testo in sé.
    Anche dai rapporti sociali non si può prescindere, sono d’accordo. Il poeta deve parlare ai suoi simili, non può chiudersi nella sua torre d’avorio. E quello che dicevo nel saggio è questo: ancor più difficile è parlare ai simili futuri, a chi verrà. I grandi poeti ci riescono.

    Infine: sull’autocoscienza non ho riflettuto molto, nel mio percorso, ma mi sembra molto plausibile la distinzione che riporti. Certo la poesia puramente descrittiva e oggettiva non esiste, il poeta per forza ci mette del suo. Tutti i problemi che questo solleva non sono in fondo affar suo. Semmai dei critici e dei filosofi.
    Spero che queste righe siano una riposta almeno parziale.
    Grazie ancora,
    Giovanni

  4. aggiungo una chiosa: alenka nota che la vera poesia funziona sempre come “presente”. sì, ci ho pensato, questo è vero. in un certo senso. nel senso che la grande poesia non esaurisce mai la sua voce, parlerà sempre a chiunque abbia un minimo di sensibiltà. detto questo però, ci sono delle differenze interessanti fra le poesie che si declinano al passato (nelle guise del ricordo, del rimpianto, del rimorso, ecc.), al presente (reale o atemporale), e al futuro (nei toni della speranza, dell’invocazione, della profezia, ecc.). quello di cui lamento la mancanza è quest’ultimo tipo di poesia. forse oggi non interessa?
    leggiamo la bibbia. quante pagine magnifiche ci sono al futuro. leggiamo marx o gli utopisti positivi: quanta fede e speranza vi ripongono. leggiamo gli utopisti negativi come huxley od orwell: quanta angoscia dai mondi che dipingono. perché i poeti oggi non sanno più fare qualcosa del genere o non ci provano neanche?
    g.

  5. Mamma mia….grazie per avere allietato una mia rara ma efficace “girovagata” in rete….ma scusate, soprattutto mi riferisco al Alenka……La poesia DEVE essere etica?!? DEVE?! é NECESSARIO?!? beh…..non so fino a che punto mi trovo affine a tale pensiero. Poesia è espressione dell’anima, la più genuina, la più vera. Perchè il poeta, come il musicista, l’artista, non può esternare i propri sentimenti solo perchè contrari all’etica….allora dove sta la libera espressione?!?!?e poi…….vocativi….artifici letterali…. anche un bambino può essere poeta!L’essenziale è invisibile agli occhi anche nei versi di una poesia. Il poeta non ragiona in virgole, ejambement, il poeta s’illumina e l’unico artificio possono essere le parole in sè. Ritengo invece interessante la questione esternata da tuzet, circa la mancanza della visione “positiva” di un futuro, l’approdarsi alla nostalgia e ai più banali ricordi. secondo te, scusi se mi permetto, secondo lei quale può essere una delle cause?! e inoltre…possibili soluzioni?!

  6. Sostanzialmete, la mia vuole essere una sincera critica alle parole di alenka. Poesia etica?! non credo debba esserlo necessariamente, o almeno non perchè non lo sia non può non essere considerata tale. Spesso è attraverso ciò che si considerava “disumano” che l’uomo ha fatto passi avanti diventando appunto più umano. Inoltre un altro argomento a cui non mi trovo affine è quello che riguarda l’artificialità della poesia, artificialità?! un grande poeta affermava che la poesie consistono in: piccole affezioni dell’animo. non per forza una poesia “baroccata” può colpire più di semplici parole. Mi trovo in sintonia col pensiero del tuzet circa la nmegatività dei buovi poeti, e il rifiuto a guardare ad un fututo migliore, un legame al passato, ai ricordi piu patetici. Le volevo chiedere, quale secondo lei è il motivo. e inoltre, quali le possibili soluzioni?!?! Saluti. C.

  7. Penso che sia una questione che possa essere travisata, nel senso che le parole di Alenka si possono leggere in molti modi; interpreto la vicenda dell’etica, credendo che un poeta dimostri la sua maturità una volta meditata l’etica, che è appunto la conoscenza derivata dalle relazioni che intercorrono tra sé e il mondo applicata ai sistemi filosofici, al fine di superare l’ottica troppo spesso autoreferenziale e, se vogliamo, in taluni casi, la propria morale. Se il poeta appronta questi strumenti quando fa il suo tentativo, credo si possa finalmente discutere di “rilevanza sociale” di un’opera, un tassello in più per il giudizio complessivo dell’operato – non necessariamente un’opera deve dimostrare “rilevanza sociale”, necessariamente nel percorso di un poeta la “rilevanza sociale” ci deve essere, proprio per la questione della discutibilità in relazione a ciò che accade nella società. Il poeta misura i suoi muscoli anche grazie ai Titani, sarebbe troppo facile misurasse la sua forza solo con i fiori, ma il tentativo è immane in entrambi i sensi.

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