“Il mondo vedovo” di Paola Turroni

Non a caso Alberto Bertoni nella postfazione a “Il mondo è vedovo” (Carta Bianca, 2010, 80 pagine) toglie il primo velo al possibile imbarazzo della critica italiana, poco interessata alla rilevanza di alcune opere, tra cui quella profondamente politica di Paola Turroni, radiografia del mondo nella sua “necessità assoluta di ricompattarsi attorno alla soglia minima di una sopravvivenza da riconquistare giorno per giorno, proiettata ben aldilà della sua configurazione storica e radicata piuttosto nel mondo della violenza, della prevaricazione, dell’ingiustizia”. Il critico modenese segnala che con questo libro la poesia “riconquista a pieno diritto la sua radice di cognizione rituale” – parola collettiva, come questi versi che ci riguardano: “Altri si accendono un fuoco – mentre aspettano ancora, coi detriti del mare il resto di noi”.

Paola Turroni sceglie di percorrere il tema politico montando le immagini quasi si trattasse di un reportage, dividendo le sezioni del libro in “cori”, “valichi” da superare e “punti cardinali” che fissano il nostro sguardo su alcuni problemi: nel “primo coro” emerge subito lo scenario di una “guerra” che sta sullo sfondo, attraverso due punti di vista: come discorso di una società che amplifica i margini delle sue distopie, dove le terre e le case sono “ipotecate”, dove nuovi e vecchi “divieti” vanno “tenuti addosso” perché altrimenti non ci sarebbe coesione sociale (aspetto che contrasta con la richiesta di libertà e diritti); e di un “altro mondo” il cui quotidiano si fa sempre più drammatico, dove la legalità è “sospesa”, la violenza è incombente, dove si va avanti perché non si può fare altro, dato che non rimane che la gestualità quotidiana e la sua narrazione, anche se il “rumore” semplice di un mestolo, lì per raccogliere un po’ di zuppa, è vita, nonché immagine intensa e allo stesso tempo evocativa, come queste: “C’è un levatoio da questa parte dove le donne parlano/di come si fa la pace e come si fa la guerra, parlano/mentre lavano i pantaloni dei loro soldati/dei loro sicari (pag. 7)”; “Ci sono gesti che bisogna continuare a fare/chiudere finestre, tostare il pane, legarsi/il fazzoletto sulla nuca/non c’è altro modo che i gesti/per fare i vivi (sud – est, pag. 11)”; “Con mia sorella vado al bordello, ho una gamba corta/mangiata da una mina, ma ci son soldati/che a vedermi zoppicare – dicono ch’è bello […]
I miei fratelli raccolgono spazzatura dalle discariche (pag. 13)”.

La società nelle sue “mancanze” non risponde alla domanda “vi ricordate da dove viene il treno?”: i personaggi che la abitano non sanno dei “perché”, a causa di quale sistema la nostra esistenza sia giunta in questo luogo; si cerca di “non avere paura”, nonostante la disperazione e il vissuto sia stato fatto a pezzi.
Tuttavia i personaggi di questo racconto cercano per se stessi una possibilità e il cambiamento, anche se non tutti i passaporti conducono al benessere: il rischio è di finire in un altro circuito di sfruttamenti. Guardare con dignita a se stessi pare essere l’unica dimensione per il progresso, e questa speranza corre nell’opera: “disegnava solo col nero, sono state le botte ad uccidere gli occhi/ieri ha fatto un fiore arancio, dice che vuole/diventare grande, che vuole diventare/un uomo buono (est, pag. 22)”.

Nonostante le macerie, c’è un’umanità desiderosa di costruire, portata naturalmente a farlo, anche se non le è ancora concesso; agli uomini è concesso solo la memoria di una civiltà passata, di pietre-macerie, ma non la costruzione di una nuova. I contenuti del “potere”, la propaganda, la violenza, i fori di proiettili sulle pareti, si sono impossessati della realtà e non permettono di liberare le energie e la visione dei personaggi di questo mondo pieno di buchi, dove i bambini giocano: “Sai cosa facciamo per giocare? Andiamo nel punto/del filo spinato che si può togliere/spostando il palo – di là c’è l’erba, e i nostri legni/per costruire una capanna […] un paesaggio di sassi che in realtà sono resti di case […] Le persone li mettono da parte e cercano di ricordare/le loro stanze – alcuni non ricordano, ma accumulare pietra/fa sentire forti (nord, pag. 30)”.

La critica di Paola Turroni potrebbe apparire retorica, ma non lo è; la sua poesia compone la realtà denudata del mondo e fa bene a ricordare Bertoni che la poesia contemporanea è dominata da “autobiografismi minuscoli” e che l’autrice guarda da un’altra parte rispetto a “narcisismi” e “onirismi”. “Come lo guardi tu/uno che urla? (pag. 31)” chiede rivolta a noi questa poesia.
Proprio nella sezione “quarto valico” viene esplicitato un concetto che non pare essere molto chiaro agli intellettuali nostrani: “Perdonate la retorica del bene/semplice e assoluta come una pianta/ma ci sono parole che bisogna dire e ripetere/come bisogna sempre/dare acqua (pag. 46)”.

Le distopie si sono impossessate delle società umane: si tratta di un’infibulazione mondiale, i cui numerosi eventi drammatici (“Mi ha tagliato con un vetro di bottiglia/dice che ora sono aggiustata”, sud, pag. 58) vengono motivati da ragioni culturali, propagande, e le economie alimentate da violenze, scavate nella paura cieca o nei sogni irrealizzabili; tutto ciò dà vita a migrazioni che si depositano in fondo al mare, che restituiscono granelli di polvere (“Guarda – dopo un valico di sale – cosa resta nelle tasche/ sputato dal mare”, pag. 59).

Ci restano, ungarettianamente, le “croci che bruciano/da sole sopra i corpi/che non hanno avuto/amore”, ma “il vuoto” lasciato da chi ha saccheggiato questa umanità è da mostrare con orgoglio, finché non sarà chiaro a tutti di chi sia la vergogna.

***

Sotto questo cielo solo il cuoio – lo scoccare
del cuoio sulla schiena
solo questo si sente, uomini e donne,
quaggiù non si ama.
Un cielo limpido e livido – non siete venuti
per divertirvi, dice la voce che insegna
e invita a sedersi, a silenziare
a inchinarsi, a smettere la legge
e frustare.

Un silenzio polveroso – sotto questo cielo
polvere tra i denti, ingoiare polvere
e se qualcuno ha sete, se qualcuno ha fame
giovani ignoranti vendono acqua e pane.

Questo si fa nell’arena, cento frustate a testa
un uomo e una donna si sono amati – ma non erano sposati.
Ci sono tre giudici in fila – una mano forte, un forte offeso
solo il rumore del cuoio sulla pelle nuda,
diamoci il cambio signori – affinché ognuno
sia giudice abbastanza.

Le grida che spezzano il cuoio – sotto questo cielo
e la ragazza sotto la coperta perde sangue di nascosto,
un animale macellato – affinché non resti traccia
piegati in due sull’erba
puniti corpi.

***

C’è una cantilena da queste parti – per chi parla della diga
quanto è lunga, quanto è alta, ventisei turbine
diciottomila megawatt, tutta l’acqua che sarà.

Cantiamo – mentre lavoriamo
ognuno canta cosa di suo
la diga inghiottirà.

L’orto di bambù dietro il villaggio, i sacchi
di riso nelle stalle, la veranda con la sedia nel punto del sole,
nel bar il tè pronto sotto il bancone, il negozio di ombrelli
e la friggitoria, il camion della scuola, le bancarelle improvvisate
nel cantiere, qualche animale da cortile, il battello
che vendeva sigarette, le scarpe di tela messe ad asciugare
e un bambino che chiede al nonno com’era il verde
delle colline dello Yangtze.

Quelli che han già perso la casa non lavorano più.
Aspettano che l’acqua salga, come altrove aspettano
che l’acqua passi. Hanno portato sull’erba i mobili
con la muffa, le pentole di ghisa, hanno messo una sedia
sul bordo della strada.

La pausa dal lavoro è silenziosa, ci mettiamo in fila
sul bordo della diga – il piccone tra le gambe
mangiamo e parliamo di quando c’era il villaggio
e con il villaggio il mercato, e le mogli
che facevano la spesa.

Le ossa mi escono dal petto
fanno da rimbombo al fiume che passa
finché passa – finché batte.

***

Abitiamo una stanza piena di buchi, la polvere tumula
sulla riga della luce, da qui si vede chi passa per strada –
ci vedono solo i bambini per mano alle madri, o i vecchi
appoggiati a un bastone.

Se qualcuno si ferma a parlare siamo discreti, annuiamo.

Abitiamo una stanza con angoli bagnati, con poco soffitto
qualche asse messa traverso – una bocca senza denti
spalancata all’universo.

Qualche volta il cielo torna
come abbraccio della terra
qualche volta torna la memoria
ci soccorre opaca come una storia
come la preghiera.

Fumiamo alla conta dei morti, ogni giorno ripetiamo
i nomi da capo.

Dondola il vino nel bicchiere
qualcuno disegna sulla ghiaia, qualcuno pesa il riso
e qualcuno si ostina a lavare lenzuola.

Ogni volta che apriamo una porta
ci aspettiamo un incontro.

Ogni volta che una piazza si riempie
ci aspettiamo una guerra.

***

E quando preghiamo
che siano vivi, chiediamo ragioni
dove stanno verbali, chiediamo sale
in tempo di mercanti, cerchiamo santi
in tempo di sicari e vivi
in tempo di ammazzati.

Facciamo cerchi nella sabbia coi legni
lasciati dal mare, e buchi nell’acqua e raccolte
di foglie e chiediamo voce in tempo
di silenzio e luci al posto del fuoco, luci di carta
azzurra e lanterne rosse
in tempo buio e pesto.

Chiediamo ai nostri vivi
di nominare i morti e chiediamo
madri in tempo di orfani e padri
in tempo di soldati, chiediamo che il cielo
cada e rifaccia da capo
la spiaggia. Chiediamo un cambio
di oro con tempo da arare
e semi in tempo di sputi e leggi
in tempo di re cattivi.

E quando chiediamo ci pieghiamo
sui ginocchi e cerchiamo conchiglie
in tempo di mine e patate cotte nella brace
prima che il vento asciughi gli occhi
e non si sentano più i morti
parlare, come in tempo di anime salve.

I morti sono vivi e ci raccontano
la frana della sera
il sangue e le dita che stringono
e tentano le note
che arrivino stonate e abbastanza dolorose
i morti sono morti a riva
e noi non li vediamo.

Chiediamo ai morti brina
in tempo di germogli e nebbia
in assenza di destino, e poi versiamo
un pianto stanco, malcapitati
a maledire a caso.

Preghiamo una nenia sottile
che ci accompagni allo scoglio
e impariamo a morire lentamente
come le foglie, come le stelle
come gli affamati.

Quando i morti
non saranno più vivi allora non chiederemo
e staremo seduti, senza braccia e senza voce
l’onda diventerà grande e non ci saremo più
e non ci saranno più morti,
nemmeno quelli.

***

Paola Turroni è nata a Monza nel 1971 e vive a Luino. Ha pubblicato Animale (Fara, Rimini 2000), Due mani di colore (Medusa, Milano 2003) con Sabrina Foschini., Il vincolo del volo (Raffaelli, Rimini 2003) di cui una selezione é uscita tradotta in inglese per la rivista americana “How2”. È inserita nelle antologie Parco Poesia 2004 (Guaraldi, Rimini 2004), Il segreto delle fragole (Lietocolle, Como 2006), Corale (Le Voci della Luna, Bologna 2007), 12 poetesse italiane (Nuova Editrice Magenta, Varese 2008), PoesiaPresente Mappagiovane (Le Voci della Luna, Bologna 2010), Nelle mani di Salomé (Galleria Comunale e Biblioteca Malatestiana, Cesena 2010). Ha collaborato come traduttrice a I surrealisti francesi (Stampa Alternativa, Viterbo 2004). Ha collaborato con Rai RadioDue, il Museo di Storia Naturale di Milano, l’Isia di Urbino. Ha al suo attivo letture e performance in diverse città su tutto il territorio nazionale, suoi testi sono apparsi su varie riviste di letteratura e siti internet. Nel 2004 e nel 2008 è stata invitata al Festival Internazionale di Poesia di Malta. “Il Mondo è vedovo” (carta|bianca, 2011), oggetto della performance del 28 luglio, è alla 54° esposizione di arte contemporanea di Venezia, con un video di Stefano Massari ed una suggestiva installazione nel Padiglione della Repubblica di San Marino. E’ presente in varie antologie poetiche. Ha al suo attivo letture e performance in diverse città italiane. Suoi testi sono apparsi su diverse riviste e siti internet. E la notatrice ufficiale di “carovana dei versi – poesia in azione” abrigliasciolta.

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