Preparare la grande visione, di Giampiero Marano

Emanazione del plurisecolare, viscoso dominio dell’Astratto, una fra le più brutali leggi del conformismo contemporaneo discende dal noto assioma per cui non di solo pane si vive ma di circenses, e proclama l’infallibilità delle icone sulle quali si fonda la teocrazia consumista. Soggiogato da un padrone così temibile, Andy Warhol affermava che l’unico vantaggio della fama consisteva nel poter conoscere di persona miti d’oggi che non avrebbe mai incontrato se non diventando egli stesso una celebrità, in altri termini un simulacro: la condizione irrinunciabile, il lasciapassare gnostico per l’ingresso nell’alta società dell’Immaginario sta appunto nell’essere puri spiriti, entità disincarnate. Mentre denunciava la mistificazione e cercava di convincere tutti che dietro l’aura della notorietà c’è il vuoto, il vate neocapitalista Warhol assumeva fatalmente, e a rischio della sua stessa vita, la funzione di vittima sacrificale. Un ruolo tutt’altro che passivo, ma a dir poco strategico in vista della sopravvivenza prospera di quel mondo che pure sosteneva di voler colpire e smascherare, ovviamente “dall’interno”. Ora, ciò che contesto è proprio la posizione, ipocrita più che ingenua, di chi sostiene l’opportunità e la fattibilità di un intervento dall’interno sul senso di un automatismo cinico e onnivoro come quello che regge l’industria della comunicazione: un’illusione coltivata anche da scrittori orientati in senso politicamente radicale, che però si arroccano nel conservatorismo più aggressivo al momento di azzardare linguaggi e stili espressivi più sofferti (di “ricerca”, ma non per questo “sperimentali”), ritenuti non abbastanza interessanti agli occhi del cosiddetto pubblico. A volte anche i poeti (e addirittura quelli attivi in rete, in uno dei pochi spazi dove è dato praticare strade alternative) sprecano tempo prezioso in invettive e recriminazioni contro la latitanza dei direttori di collana e della critica ufficiale, anziché accettarla come una benedizione certo non consolatoria, e anzi feroce: dopo Schiffrin, l’ansia di ottenere un riconoscimento istituzionale è diventata qualcosa di osceno, di impresentabile. Se, a questo punto, diventa impossibile seguire i teorici delle convergenze parallele tra qualità della scrittura e marketing editoriale, appaiono più logiche le perplessità esternate da Matteo Fantuzzi (“Quel che mi chiedo è se alla fine tutti questi discorsi siano sensati o meno”), alle quali bisogna ribattere che, al di là dell’eventualità sempre benvenuta di confronti, contatti più o meno sinergici, riflessi pragmatici, nel contesto “democratico” e orizzontale del workshop o della lettura pubblica non accadrà, se mai dovesse, qualcosa non dico di epocale, ma di realmente incisivo. La soluzione non è data dalla quadratura del cerchio, a maggior ragione in un momento nel quale, mentre il mitico popolo viene democraticamente condizionato e riprogrammato dalla tecnica e l’università (disattendendo le ultime speranze di Fortini) si incammina sul viale del tramonto insieme allo Stato di cui è creatura, c’è perfino chi pensa che la critica militante odierna avrebbe in Berardinelli il suo massimo rappresentante… L’assalto al Palazzo d’Inverno, sia detto senza evocare a ogni costo un problematico mandato sociale della letteratura, non avrà nessuna credibilità se sulla superficie della parola poetica galleggerà l’ennesimo “immaginario”, destinato a confermare lo stato delle cose. Occorre invece un esercizio di ascesi, una presa di distanza dall’effervescenza barocca e dal rumore di fondo della nostra epoca, così asettico e anestetizzante. A beneficio di generazioni ancora sconosciute, ciascuno faccia la sua parte, secondo inclinazioni e virtù proprie, per ricreare l’unità interiore da tempo spezzata e preparare la grande visione, la minaccia estatica che salendo dalla terra sfonda il recinto della letteratura e contagia la città. Che questa invasione avvenga in tempi brevi o lunghi oppure mai, è questione di importanza relativa, perché la nobiltà di una causa non si misurano con il metro del successo o dell’insuccesso, né con quello degli anni e dei decenni.

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