Immaginazione e poesia, di Gregorio Scalise

L’immaginazione in poesia naturalmente è un tema molto vasto e quindi sarà opportuno limitarlo e limitare anche le epoche. Dall’immaginazione antica a quella della modernità non c’è soluzione di continuità, le differenze sono notevoli e sensibili,forse solo con l’apparizione del moderno le differenze fra decennio e decennio sono minime, nel senso che c’è bisogno di una critica attenta e dotata di microscopio per cogliere passaggi e discontinuità.
Diciamo che da un certo periodo del novecento in qua l’immaginazione si trasferisce dal mondo alla lingua. E’ come se il poeta di fronte ad un argomento, prima di studiarlo e scorgerlo sino in fondo, fosse preoccupato quasi principalmente per il modo con cui lo esprimerà. La differenza di una poesia di oggi con una poesia dell’800 è sostanziale, moltissime espressioni che un poeta di quel periodo metteva impunemente in campo oggi appaiono non solo usurate ma anche vietate. Bisogna anche aggiungere che non tutti i poeti o almeno quelli che scrivono poesie sono al corrente di questi passaggi e di queste regole, così continuano in una tradizione dove non c’è taglio fra parola e cosa, e qualcuno di questi compilatori raggiunge anche il successo.
Se l’immaginazione in poesia in epoca moderna è legata al linguaggio,occorrerà anche ammettere che la sua leggenda è diventata sicuramente elegante e preziosa ma anche terribilmente limitata. Già Rimbaud aveva tentato la rivolta, dire il non detto, sfidare l’inaudito, mentre Baudelaire aveva giocato tutto contro se stesso (cosa che Sartre davvero non capì) pur di uscire dalla sua classe e andare contro l’opinione corrente, sperando di trovarvi le terre della poesia. Per i poeti del ventesimo secolo la questione è almeno delicata e forse irrisolvibile. Il linguaggio delimita gli argomenti, i cosiddetti voli pindarici, impedisce, almeno in molti casi, un dettato di insopportabile retorica o di un sentimentalismo melenso; limita le zone non solo della rappresentazione ma anche, in ultima analisi, quelle del pensiero.
Come la mentalità dell’uomo moderno si differenzia sostanzialmente da quella dell’uomo antico proprio per una concezione antimitica, così molte cose non vengono neppure pensate dal poeta contemporaneo. Centauri, Diane, selve e boschi, pastori e zampognari, cavalli alati e capre selvatiche, ninfe e animali misteriosi, filtri e passeggiate solitarie, donne col cuore di pietra o bambine meravigliose e magiche. In sostanza sembra che porsi oggi la questione dell’immaginazione in poesia sembra più che altro una gran perdita di tempo.
Ci avevano provato Eliott e Pound: gli uomini del dolce stil novo avevano davvero visioni, le cose che dicevano di aver visto le avevano visto davvero ci dice Pound con tono deciso. Le immagini de La vita nova erano dunque visioni reali di Dante, il corpo di Laura è mistico e assente, ma sull’Ariosto i due grandi americani non si espressero.
L’immaginazione e la fantasia sembra dunque nel moderno trasferita nella lingua, e tutte le tecniche della retorica e soprattutto dell’antiretorica sono dislocate per provocare quella meraviglia – “è del poeta al fin la meraviglia” – che l’assenza dei grandi recit ovvero dei grandi racconti ha lasciato come vuoto non facilmente colmabile. Pause, spazi bianchi, a capo improvvisi, alternanza di versi brevi e lunghi, “aggettivazione sbagliata”, denegazionismo, nominare le cose con nomi diversi e, nei casi meno fortunati, improbabili finali a sorpresa, scarto notevole fra il verso iniziale e quello finale, sono tutte tecniche che in genere sono impiegate o almeno dovrebbero esserlo.
La celebrazione del moderno e il suo essere nelle nostre esistenze, naturalmente, non è stato compreso da tutti.
(Sembrerebbe anzi che solo un piccolo nucleo ne abbia percezione a fronte di molti decisamente fuori tempo e posto).

Non è possibile qui ripercorrere la storia dell’immaginazione artistica poetica e culturale che ci ha condotto sin qui, basterà ricordare uno degli ultimi tentativi di incendiare l’immaginazione, cioè il surrealismo.
Si sa delle difficoltà di Breton soprattutto in politica. A un predicatore di rivolta non giova che la rivoluzione accada davvero e Breton si trovò superato dalla storia. Eppure i suoi manifesti e la sfida al mondo onirico costituirono un importante arricchimento di una lingua, quella francese, votata ad una sorta di accademismo lirico e a volte prevedibile. Forse, a ben pensarci, anche il surrealismo di Breton fu un gesto, più che una riflessione, sul linguaggio. Comprendere e rappresentare, cioè, il linguaggio notturno, quello dei sogni e restituirlo nella sua affascinante incongruenza. Ma come in certi detti antichi una contraddizione di fondo minava il surrealismo: linguaggio dei sogni, d’accordo, ma il trascrittore di questo linguaggio, sia che scriva, sia che dipinga usufruirà dei vantaggi della veglia e della razionalizzazione dei segni. Aggiungere stravaganza a stravaganza non risolveva certo la questione, al massimo la limitava.
Per concludere è probabile che nei prossimi decenni i poeti saranno impegnati proprio su questo fronte, arricchire l’immaginazione, forse come si cerca di dire in questi versi, se è concessa una autocitazione da Opera-Opera. Poesie scelte 1968-2007 (Luca Sossella, pagine 200, ISBN: 8889829338):

“ E vennero l’aria e l’anima//a trascinare correnti// e comete…”

1 Commento/i

  1. bello questo saggio. ci sono degli spunti notevoli. l’immaginazione riversata sul linguaggio e non sul contenuto, nella poesia contemporanea. è così.
    e che tempismo in questo commento, no?
    g.


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